SINDROME DI POLA
Clinica per cuori che restano dove i piedi non possono tornare ma non un luogo di cure palliative per malati terminali, perché certe mancanze non sono malattie. Sono identità.
giovedì 26 febbraio 2026
IL DIO MITRA E I SEGRETI DI PTUJ (PETTAU)
lunedì 23 febbraio 2026
BLANCHIMONT
«Dai, muoviti. Siamo fermi da mezz’ora, se venivamo con la mia macchina, a quest’ora eravamo già al circuito.»
Luca spinse il borsone nel bagagliaio della Golf con una certa violenza. I jeans bagnati, la felpa zuppa sulle spalle, in mano una Red Bull tiepida. L’autogrill belga odorava di carburante e pane raffermo, e l’umidità gli appiccicava i pensieri addosso come uno strato di vinile.Mattia rientrò con due panini sottovuoto e due caffè lunghi, il vapore che si arrendeva all’aria grigia.
«Tranquillo. Siamo a meno di un’ora. Le FP1 non le perdiamo.»
«Sì, ma se non guidavi come tuo padre, che viaggia come un funzionario dell’INPS, eravamo già là. A volte mi sembra che tu abbia paura di avere fretta.»
Mattia si sedette al volante. Non si giustificò, accese il motore, lasciandolo girare piano e poi, fissando la pioggia sottile che batteva sul parabrezza, disse:
«Sai perché mio padre preferisce Blanchimont a Eau Rouge?»
Luca lo guardò con fastidio.
«Perché è uno di quei boomer che vogliono sentirsi originali? Dai, tutti sanno che Eau Rouge è la curva più iconica.»
«Appunto. Eau Rouge è un salto. Uno schiaffo in faccia: ti lanci, stacchi e speri che la macchina tenga. È giovinezza pura; Blanchimont invece… lui dice che è la più pericolosa perché ti frega quando pensi che non succederà più niente.»
Luca fece una smorfia. «Mi sa che tuo padre ha bisogno di uno psicologo.»
Mattia sorrise appena. Poi continuò:
«Dice che nella prima metà della vita siamo ossessionati dalla fine delle cose. Prima finire la scuola, poi raggiungere la laurea, terminare il servizio militare, superare il tirocinio, andare oltre la gavetta. È tutto un voler passare oltre, con il tempo sembra non finire mai, che passa lento. Troppo lento e la felicità è sempre dopo.»
Luca, con la fronte appoggiata al vetro, replicò con aria annoiata: "Nessuno oggi fa più il militare".
Mattia riprese subito il discorso.
Luca scrollò le spalle.
«Ma che c’entra con noi? Noi siamo prima. Non c’è niente da trattenere. C’è solo da correre.»
«Lo so. E non ti sto dicendo di rallentare. Lui mi ha detto solo questo: che a un certo punto capisci che la felicità non è arrivare, ma essere dentro: dentro alla curva, proprio quando la stai facendo. E che è un attimo, ma se lo perdi, non torna.»
Il resto del viaggio scivolò via quasi in silenzio. I due ragazzi entrarono a Spa-Francorchamps mentre il cielo apriva sprazzi pallidi tra le nuvole. Avevano trovato posto in zona Blanchimont, tra pochi intimi che avevano scelto proprio lì, dove la pista taglia l’illusione della velocità facile.
Il rombo di una Red Bull in simulazione gara ruppe l’aria. La vettura passò incollata all’asfalto, perfetta. Dietro, una Ferrari — livrea opaca, baricentro basso, rumore pieno — forzò un po’ di più. Il pilota cercava il limite.
Poi, improvviso, il posteriore cedette. Forse una traiettoria troppo interna, forse l’asfalto ancora umido: la vettura scivolò, ruotò su sé stessa. Testacoda. Ghiaia. Bandiera gialla.
Luca si alzò in piedi di scatto. «Cazzo. Era dentro. Tutto sotto controllo. Poi fuori. Così. Ma come cazzo si può??»
Mattia non disse nulla. Lo guardava senza fissarlo.
«Blanchimont, eh?» disse Luca, ancora in piedi.
«Già.»
«Ok. Ok. Però domani guido io. E niente soste.»
Mattia annuì. Senza discutere.
Luca si sedette di nuovo. Addentò il panino, poi mormorò, quasi tra sé:
«Comunque… è una gran curva.»
«Sì. La più vera che c’è.»
Rimasero lì. Uno, a osservare. L’altro, a sentire il motore ancora tutto da spremere.
mercoledì 18 febbraio 2026
ANONIMO RUSSO VS EUCLIDE: 15-0
Il pomeriggio scivolava lento nella biblioteca della Sorbona, e la sessione autunnale di esami si avvicinava sempre più per Sophie Hubelle, ventunenne parigina studentessa di lingua e letteratura russa e Alexandre Dubois, ventiduenne di Nantes, al secondo anno di Ingegneria gestionale. Intorno a loro, libri e appunti erano sparsi sui tavoli, assieme a tanti altri giovani studenti e qualche professore dai capelli grigi.
Sophie, capelli castani raccolti in una treccia disordinata, sfogliava un’antologia di poeti russi dell’Ottocento, e i suoi occhi brillavano di passione e curiosità; di fronte, Alexandre, seduto rigido, era concentrato su uno studio di funzioni trigonometriche. Improvvisamente, la ragazza, a bassa voce, interruppe il compagno:
"Alexandre, senti qua! Lascia perdere quella roba astratta, senti la vita vera che pulsa!" ed iniziò a declamare, prima in russo e poi in francese:
Русский текст:
Теперь я знаю, что такое Жизнь.
Теперь я знаю, что такое Смерть.
И теперь что я знаю?
Теперь, когда я знаю,
слово потеряно.
Остаётся перо.
А потом?
Чёрное. Чёрное. Чёрное.
Как это чернило,
в котором я хочу утонуть.
Аноним, Белгород (?), 1891 (?)
Traduction
Maintenant je sais ce qu’est la Vie. (Adesso so cos’è la Vita.)
Maintenant je sais ce qu’est la Mort. (Ora so cos’è la Morte.)
Et maintenant, que sais-je? (E ora che so?)
Maintenant que je sais, (Adesso che so)
le mot est perdu. (la parola è perduta.)
Il reste la plume. (Rimane la penna.)
Et ensuite? (E poi?)
Noir. Noir. Noir. (Nero. Nero. Nero.)
Comme cette encre (Come questo inchiostro)
dans laquelle je veux me noyer. (in cui voglio annegare.)
Anonyme, Belgorod (?), 1891 (?)
Sophie, emozionata, chiuse lentamente il libro mentre il cuore le batteva forte.
"Che versi stupendi: le mot est perdu, ma resta la plume... Non è disperazione, è resistenza. È un gesto eroico, di speranza, silenzioso, che sfida la morte."
Alexandre scrollò le spalle, il volto contratto, quasi infastidito:
"C’est une connerie totale! Tutto questo è una baggianata, un'illusione, il solito oppio per i sentimentali! La vita non si misura con l’inchiostro, la vita si vive, si affronta, si rischia, non si racconta. La scrittura non è vita, è rifugio, è comoda fuga dalle responsabilità."
"Vedi…" replicò Sophie, calma ma emozionata, "La parola è perduta, ma resta la penna. È resilienza. Chiunque l’abbia scritto, uomo, donna, giovane o vecchio, è un Eroe! La scrittura rende eterno ciò che siamo, quello che proviamo, ciò che ci sta intorno."
"Héroïsme? Ma per carità! No," replicò lui, la voce dura. "È fuga, ti ripeto. Questo autore o autrice dimostra solo di saper nascondersi nell’inchiostro, evita il confronto con la vita. Noir. Noir. Noir… questo affonda. Altro che Eroe! Ma per piacere..."
Non capisce… pensò Sophie, e volle insistere: "Non tutti i dolori si sanano con l’azione. La vita reale non può contenere tutto ciò che proviamo; la scrittura è il nostro spazio, l’unico luogo dove ciò che conta può sopravvivere."
Alexandre si appoggiò al tavolo, la fronte corrugata. "Persistance? Rester en vie? Sopravvivere? Forma? La vita è confronto, rischio, azione! Odori, profumi, sapori, suoni...esperienze sensoriali! Tout le reste, c’est du pipeau! Tutto il resto è aria fritta!"
"Du pipeau?" ribatté Sophie, con voce vibrante. "È la forma più alta e nobile della resistenza! La scrittura mantiene vivo ciò che è morto, fissa un’assenza o una presenza, una gioia! Non è fuga, è vita che non si spegne!"
Da un tavolo vicino, Jean-Luc, uno studente di filosofia dai capelli arruffati e segretamente innamorato di Sophie - che aveva origliato tutto - sbuffò e si rivolse a Dubois con tono canzonatorio:
"Alexandre, Anonimo Russo-Euclide 15-0, battuta regolare! La vittoria dura poco: solo la sconfitta è per sempre! Point barre. Fin de l’histoire."
Alexandre lo fissò, irritato e sorpreso, mentre Sophie a fatica tratteneva un sorriso.
Fu allora che la voce calma e misurata del professor Henri Leclerc, seduto a parte con un libro di diritto penale, si fece sentire:
"Écoutez-moi un peu... Vedete, ragazzi, non avete ragione del tutto, né torto completamente. L’autore o autrice non è né solo vittima, né solo eroe. La scrittura è si rifugio, ma anche resistenza. Trasforma il dolore in forma, la perdita in memoria. Senza la scrittura, ciò che è vissuto svanirebbe; senza l’azione, però, la vita sarebbe vuota. Qui c’è chi sopravvive e chi trionfa sul tempo e sulla morte. La vita è sintesi di estremi: fuga e eroismo, dolore e creazione, assenza e memoria. Camminare sul filo degli opposti è ciò che la rende piena. Et voilà, c’est tout."
Sophie annuì, illuminata dalla comprensione. Alexandre serrò le labbra, pensieroso, accettando con scarsa convinzione e a malincuore la complessità della realtà, e si ributtò con più determinazione sullo studio delle funzioni trigonometriche, mentre Jean-Luc sorrise soddisfatto.
La poesia non era più solo un testo da analizzare: era diventata un incontro con un’anima sospesa tra sofferenza e creazione. In quel frammento di inchiostro noir, ciascuno di loro aveva trovato, a modo proprio, una scintilla di vita, una lezione sull’infinita oscillazione tra Vita e Morte.
Proprio come le oscillazioni di una funzione
E mentre il sole calava, i tre studenti e il professore rimasero sospesi, consapevoli che la vita è sempre più complessa dei versi, eppure ogni parola scritta, ogni azione vissuta, lascia traccia nell’inchiostro e nel cuore.
O, almeno, di chi vuole e sa ascoltarlo.
martedì 17 febbraio 2026
BIGLIETTI A BELGRADO
Ogni mattina, prima che il sole spuntasse sullo skyline irregolare di Belgrado, Lazar usciva dalla sua piccola stanza in affitto nel cuore di Dorćol, uno dei quartieri più antichi e vivi della città.
Quella città, con i suoi contrasti marcati, era il suo mondo. Un mondo fatto di strade larghe dove i tram cigolavano, di bar all’aperto dove uomini anziani giocavano a carte con la tensione di chi custodisce segreti antichi, di muri coperti di graffiti che raccontavano rivolte, sogni e speranze mai sopite.
Il ponte Brankov si stagliava maestoso davanti a lui, un arco di metallo che univa due rive separate ma inseparabili, proprio come la sua vita: divisa a lungo tra il desiderio di andare via e il bisogno profondo di restare.
Живети је пробудити се у зору,мислећи да једног данавише неће бити.
Vivere è svegliarsi all’alba,pensando che un giornonon succederà più.
Lazar era rimasto.
Quelle parole gli tornavano in mente ogni mattina, mentre osservava l’alba sul Danubio, fragile e irripetibile come un momento sacro mentre il profumo del caffè appena fatto, mescolato a quello intenso del pane tostato, si diffondeva dalle piccole caffetterie lungo la riva.
Sul battello, osservava invece i turisti come fossero apparizioni.
Lazar amava quella sensazione di fatica mista a pace, il corpo stanco e la mente limpida come quella “aurora estiva sulla battigia” descritta nella poesia.
Живети је легнутис телом олабављеним од умораи умом јаснимкао летње зоре на обали.
Vivere è coricarsicon le membra sciolte dalla faticae la mente limpidacome l’aurora estiva sulla battigia.
Живети је знатида те неко негдедалеко или близучекатражимисли о теби.
Vivere è sapereche qualcuno in qualche postolontano o vicinoti sta aspettando,ti sta cercando,ti sta pensando.
Живети је заспатиса чистом жељомда зора што пре дође.
Живети је остати буданса чистом жељомда зора никад не дође.
Живети није сан,већ дело.
Vivere è addormentarsicon il desiderio puroche l’alba arrivi presto.
Vivere è rimanere svegliocon il desiderio puroche l’alba non arrivi mai.
Vivere non è sogno,è azione.
In quel pensiero, Lazar trovava finalmente la sua verità: non era il viaggio a definire un uomo, ma la consapevolezza del porto al quale tornare: chi parte senza radici è un vagabondo o peggio ancora un profugo o un esule; solo chi sa di avere una casa può essere un marinaio.
Rimanere, pensò, era la sua più grande avventura.
lunedì 16 febbraio 2026
COMANDA CHI POL, UBBIDISCE CHI DEVI
Il vecchio sedeva sempre allo stesso tavolo, quello vicino alla finestra appannata della taverna sul porto di Pola. Da lì si vedevano i fari delle navi mercantili e, più in là, l’ombra scura dell’Arena che sembrava galleggiare sull’acqua. Diceva che quel tavolo era il suo punto di riferimento, come un vecchio fanale che nessuno accendeva più ma che continuava a indicare una direzione.
(Che cosa fa di un uomo un buon viaggiatore?)
L’apprendista rimase perplesso. A lui avevano insegnato che viaggiare voleva dire andare avanti, lasciare, superare. Tornare gli sembrava un passo indietro.
«A tko je brodolomac?» insistette.
(E chi è invece un naufrago?)
(Dove e cosa è Casa?)
Pensò a Pola, che per lui era sempre stata casa senza essere mai stata una scelta. Guardò il posto vuoto del vecchio, che aveva scelto di restare quando restare voleva dire perdere quasi tutto: la lingua intorno, i nomi delle strade, le voci familiari.
Bevve ancora un sorso lungo, lasciando che l’amaro della birra gli schiarisse il respiro. In quel silenzio, capì che Casa non era il luogo dove si nasce o quello verso cui si fugge, ma l’unico punto dell'orizzonte che dà un senso al timone. Qualcosa che, se non esiste, ti rende perduto anche se il mare è calmo e piatto come una tavola d'olio.
E quel punto poteva anche essere ciò che si decide di non abbandonare, proprio quando tutto ti spinge a farlo. O, al contrario, dove con coraggio si decide di tornare, pur sapendo che non è più lo stesso.
Quando uscì dalla taverna, l’aria della notte gli schiaffeggiò il viso. Il mare era fermo e scuro, un'immensa distesa che non prometteva più nulla. Non gli sembrò una minaccia, ma una prova. E per la prima volta intuì che viaggiare non significava solo saper scegliere una rotta, bensì avere il coraggio di riconoscere, un giorno, il molo a cui ancorarti senza desiderio o l'obbligo di partire.
giovedì 12 febbraio 2026
ULTIMO SECONDO A BOSTON
Gli imprevisti e i dettagli sono ciò che fa la differenza nel romanzo di ciascuno” – così Rubén aveva detto, alzando sconsolato le spalle, alla banconiera di uno dei tanti bar dell’aeroporto Generale Logan di Boston quando la giovane ragazza dai capelli rossi si era scusata per non poter dare al pittore spagnolo una bustina supplementare di sale, motivando la circostanza con l’inattesa mancata consegna quotidiana da parte del fornitore. La ragazza era rimasta “di sale” e aveva poi rivolto uno sguardo incuriosito verso la sagoma di quel bizzarro signore che ritornava al tavolo per consumare quell’insalata evidentemente ritenuta insipida, nonostante fosse stata a regola d’arte accompagnata al momento dell’ordinazione dall’ultima bustina di sale rimasta.
“Ma che cazzo avrà voluto dire questo? Certo che qui ne passa di gente strana ogni giorno, oggi era il turno del filosofo del sale” – aveva in fretta concluso la banconiera, richiamata subito alle mansioni abituali dai numerosi passeggeri che si accalcavano poco pazienti verso la cassa.
Per Rubén, invece, quell’insalata insipida non era altro che l’ulteriore prova di quello che aveva affermato con malcelato fastidio alla stupefatta ragazza tutta lentiggini e dai capelli rossi, tornando con la mente a quanto aveva assistito la sera prima al “The Garden”, quando dopo molta riluttanza aveva accettato l’invito dell’avvocato Weinberg ad assistere con lui la finale del campionato NBA tra i padroni di casa, i celeberrimi Boston Celtics e i sorprendenti avversari che arrivavano dal Pacifico, i quasi messicani di San Diego: i Los Angeles Clippers.
L’avvocato, suo fidato patrocinatore nella causa in corso contro l’amministrazione del Boston Museum of Fine Arts per il rifiuto opposto a pagare il danneggiamento del suo ultimo quadro, prestato due anni prima per una mostra collettiva di pittori contemporanei spagnoli, lo aveva pressato all’inverosimile per partecipare a quello che asseriva essere l’evento sportivo più importante nella storia recente del basket americano.
Così Rubén, da calciofilo impenitente che poco o nulla conosceva di quello sport che gli era sempre apparso noioso, dalle tante regole cervellotiche e complicate, si era sorbito una vera e propria requisitoria da parte del legale a difesa del “suo” sport del cuore, nella quale gli aveva spiegato che quella era “gara 7”, quella decisiva, che contro ogni previsione avrebbe assegnato il titolo della massima competizione mondiale.
Rincarando poi la dose spiegando che a contenderlo agli strafavoriti e celebri Celtics, la sua squadra del cuore, era il Team meno considerato di tutta la storia dell’NBA, i Clippers, abitualmente sparring partner dei più titolati Lakers e delle altre società a stelle e strisce e mai giunti neanche alla finale della loro conference in tutta la loro storia.
Inizialmente il pittore spagnolo aveva resistito con tutte le sue forze, perché si riteneva già abbondantemente soddisfatto di quanto la città americana gli aveva offerto nel pomeriggio durante la sua visita alla downtown, ed in particolare seguendo il famoso Freedom Trail, il percorso pedonale segnato da mattoncini rossi che si snoda tra il Boston Common, il parco pubblico più antico di tutti gli USA e autentico polmone verde di Boston, per terminare il Quartiere di Cherlestown, passando per gli edifici tra i più significativi che videro la gestazione della rivoluzione americana tra cui l’Old State House.
In particolare proprio l’interno di questo edificio aveva messo in moto un vero e proprio turbine emotivo, quando aveva appreso dall’amico che tra quelle mura era stato progettato il Boston Tea Party e avevano preso forma i concetti e i fondamenti della dichiarazione d’indipendenza, poi sottoscritta a Philadelphia nella Independence Hall il 4 luglio 1776.
Turbine che si era poi addirittura trasformato in tempesta, quando all’esterno notò come l’Old State House – piccolo e grazioso edificio perfettamente conservato da quei lontani eventi del XVIII secolo - fosse completamente soffocato dalla giungla di grattacieli giganti che lo facevano apparire come un microbo, un bizzarro intruso portato lì da chissà quale altra parte del mondo, che poco o nulla aveva a che vedere con la città di Boston.
“Eh già, proprio come i principi pensati dai massoni, dagli illuministi e dai patrioti che stesero quel documento, nel tempo assai stravolti e travisati dai posteri ma che, a dispetto di tutto, restano incancellabili sulla carta per indicarci validamente ogni giorno la via!”
Con questo “insight” Rubèn riteneva di poter affrontare il lungo viaggio di ritorno in Europa ancor più soddisfatto di quanto l’avv. Weinberg gli avesse prospettato circa l’andamento positivo del contezioso legale e l’entità del risarcimento.
Invece alla fine, per non mortificare la grande cortesia e l’amicizia del suo ospite alla fine aveva deciso di godersi lo spettacolo di “Gara 7” al “The Garden” tra i favoriti Celtics e l’underdog Clippers, finendo naturalmente per farsi travolgere dal tifo nei confronti di questi ultimi in mezzo alla marea verde che faceva un tifo infernale a favore della squadra di casa.
E finendo travolto anche dalla bellezza di uno sport che, nonostante le regole continuassero ad essere per lui quasi un mistero ad ogni fischio arbitrale, gli regalarono una serata di pura adrenalina seguendo gli atleti in campo darsi battaglia dal primo all’ultimo secondo punto su punto, lottando su ogni palla vagante come fossa quella decisiva, in uno stillicidio di passione e partecipazione collettiva all’ennesima potenza.
Alla fine la spuntarono i favoriti Celtics tra l’entusiasmo senza freni dei sostenitori di casa e la tremenda delusione di qualche centinaio di tifosi dei Clippers, muti ed in lacrime con le loro magliette bianche in mezzo ad una folla ondeggiante, vestita di verde e che pareva una brughiera scozzese battuta dal vento.
Per Rubén, dapprima semplice e scettico osservatore neutrale divenuto via via acceso tifoso dei californiani, se quel gioco era governato dagli Dei come tutte le cose della Vita, gli Dei non avevano perso occasione per dimostrare ancora una volta di più di essere distratti o poco interessati ad assecondare la trama leggendaria che l’ultimo tiro dei Clippers, scoccato a qualche decimo di secondo dalla sirena conclusiva, stava per concretizzare portando il tabellone sull' 109-110.
Invece la palla era stata respinta dal ferro per qualche centimetro di troppo nella parabola disegnata con la forza della speranza dal californiano, il segnapunti bloccato sul 109-107 e così quella storica serie rimase solo nominata all'Oscar senza vincerlo, perché grazie al canestro dei verdi centrato un secondo prima, a vincere il titolo era stata Boston, la grande favorita della vigilia e che di veramente epico dunque, nulla aveva fatto. “Nonostante i Clippers arrivassero dalla terra di Hollywood, le favole hanno lieto fine necessario solo al cinema mentre nella vita e nello sport le cose vanno diversamente” - aveva chiosato trionfante e madido di sudore l’avv. Weinberg, forse anche un po’ piccato perché il pittore spagnolo si fosse apertamente schierato per gli avversari. “Hai Ragione Matt, perché nella sceneggiatura di qualsiasi regista il tiro dei Clippers sarebbe entrato, altrimenti quel film al botteghino sicuramente avrebbe fatto fiasco; e non offenderti se la mia simpatia è andata a San Diego: diciamocelo pure senza imbarazzi, se tra Davide e Golia vince Golia, ad esultare e apprezzare possono essere solo i seguaci del gigante e non certo il grande pubblico”.
“Ma si, tieniti pure la tua filosofia Rubén, tanto abbiamo vinto noi e poi, a te domani, che ti frega?”. Matt Weinberg aveva liquidato la questione posando la classica pietra tombale, prendendo sottobraccio il pittore spagnolo per accompagnarlo in mezzo a quel sabba dionisiaco che erano diventati i festeggiamenti.
Eppure il giorno dopo, attendendo l’aereo che lo doveva riportare in Europa, alla sua base insicura di Toledo, Calle Magdalena 23, quell’inspiegabile delusione per aver visto trionfare ancora una volta un Golia su di un Davide non voleva saperne di scivolare via e sfumava invece in un senso di aperto fastidio, considerando anche, come se non bastasse, come la Dea fortuna avesse voluto rincarare la dose penalizzando il meno dotato.
E il pensiero del potere che hanno nel modificare radicalmente le nostre vite i piccoli dettagli, i pochi centimetri, qualche secondo in più o in meno e come siano le situazioni inattese, quelle non previste nel mare dei miliardi di combinazioni che ogni giorno generano i nostri gesti e i nostri incontri quando si mescolano con quelli degli altri, a determinare il successo o il fallimento di tanti progetti esistenziali gli parve una vertigine.
Una vertigine spaventosa, considerando poi come ogni giorno il numero tendenzialmente illimitato di dettagli o accadimenti piccoli, involontari e tutti all'apparenza insignificanti aprano la strada a versioni profondamente diverse di una stessa vita.
Tante serate spese con Dolores a parlare sul tema del Destino gli sembrarono essere state sola un'inutile perdita di tempo.
“Non c’è nessun disegno, nessuna forza, nessuna mano invisibile: le cose semplicemente accadono e ciascuno di noi, piccola e minuscola zattera in mezzo all’oceano, ha il solo il dovere di assumersi la responsabilità di decidere come reagire e di dare il personale senso e la direzione desiderata alla navigazione. Altro che “Volere è potere” e tutte le connesse stronzate che derivano dal quel proclama tanto di moda e che riempiono pagine su pagine di testi "sacri" auto-motivazionali sulle bancarelle di tutte le librerie del mondo occidentale!”
Quello fu l’ultimo pensiero, prima di cestinare gli avanzi dell’insalata insipida ed incamminarsi verso il gate d’imbarco. Rimaneva una cosa da fare; si diresse ancora una volta verso il banco del bar e sparò a bruciapelo la domanda alla ragazza tutta lentiggini e dai capelli rossi alla cassa: “Talento o fortuna?”
“Lo domandi a Woody Allen! Ma quale talento, ma quale fortuna! Non mi faccia perdere tempo Mister, non lo vede che sto lavorando?? La mia fortuna sarà il suo talento di lasciarmi in pace!!” Fu la risposta altrettanto immediata ed infastidita della banconiera che pensò ancora una volta “Ma ne gira di gente strana, e che cazzo!”
E a Rubén, udito il responso della recalcitrante Sibilla, non rimase che correre al gate per non perdere il volo, circostanza che ben poco avrebbe avuto a che fare con la sfortuna e molto più con il suo talento nel porre le domande giuste alle persone improbabili nei momenti sbagliati.
mercoledì 11 febbraio 2026
TERAN, VENTO, PIETRE E SOSPIRI DEL CARSO
Il dottor Lorenzo Ricci avanzava con la sua Moto Guzzi V85 TT lungo una strada secondaria, il motore che ruggiva piano tra le curve dolci del Carso sloveno. L’autunno dipingeva il paesaggio con pennellate rosse e dorate, mentre l’aria portava con sé l’odore di terra umida e legna bruciata.
Era partito da Trieste con l’intenzione di raggiungere Gorizia, ma una deviazione presa d’istinto – o forse per distrazione – lo aveva allontanato dal percorso previsto. Poco male. Da quando era arrivato in questa terra aspra e silenziosa, aveva capito che perdersi non era necessariamente un errore.
Dopo chilometri di solitudine, raggiunse Križ, un piccolo villaggio di case in pietra immerso nella campagna. Qui il tempo sembrava scorrere più lentamente. L’unico segno di vita era una vecchia osteria con l’insegna sbiadita. Spense la moto e decise di entrare.
L’interno era caldo, illuminato da una luce soffusa. Il profumo di vino e carne arrosto lo avvolse subito. Dietro al bancone c’era un uomo anziano, la pelle segnata dagli anni, i capelli bianchi come la pietra carsica. Indossava un grembiule scuro e lo osservò con curiosità.
— Buongiorno, c’è qualcosa da bere? — chiese Lorenzo, sfilandosi i guanti.
L’oste sorrise appena. — Se non hai fretta, ti verso un bicchiere di teran. È vino del Carso, forte come la nostra terra. — La sua voce aveva un accento marcato, ma il suo italiano era sorprendentemente buono.
Lorenzo annuì e si sedette a un tavolo vicino alla finestra. Il vecchio riempì un bicchiere di liquido rosso scuro e glielo porse.
— Sei italiano?
— Sì, di Roma. Medico. Sono in vacanza e… mi sono perso.
L’oste annuì lentamente. — Qui capita spesso. Le strade del Carso sono come la vita: pensi di sapere dove stai andando, poi all’improvviso ti trovi da un’altra parte.
Lorenzo sorrise. — E lei? Vive qui da sempre?
— Io? Sono nato qui, quando questa era ancora Jugoslavia. Prima era Italia, prima ancora Impero Austroungarico. Ho parlato sloveno con mio padre, italiano con mia madre e tedesco con mia nonna. Ogni pietra di questo posto ha sentito lingue diverse, ha visto guerre, ha visto confini cambiare. Ma il Carso… lui non cambia. Lui resta. — Si appoggiò al bancone, guardando fuori dalla finestra. — Vedi quei muretti a secco? Sono lì da prima di mio nonno. Gli uomini passano, la terra resta.
Lorenzo bevve un sorso di teran. Era aspro e denso, con un retrogusto ferroso. Un vino che raccontava la sua terra.
— Dev’essere stato difficile vivere qui con tutti questi cambiamenti.
Il vecchio fece una risata breve. — Difficile? Forse. Ma noi carsici siamo abituati. Qui la terra è dura, le radici devono lottare per trovare spazio tra le pietre. Ma proprio per questo, quando crescono, sono più forti.
Quelle parole gli rimasero in mente mentre riprendeva la strada. Da medico, Lorenzo vedeva ogni giorno la fragilità umana, il tempo che consumava i corpi, le vite che si spegnevano. Eppure, il Carso gli stava insegnando un’altra prospettiva: la resistenza.
Dopo un tratto di strada tortuosa, giunse a Štanjel, il borgo arroccato sulla collina, con le sue case di pietra e i vicoli che sembravano stringersi sempre di più mano a mano che si saliva. Fermò la moto accanto a un muretto e si guardò intorno. Il paese era immerso in un silenzio irreale, quasi sospeso nel tempo.
Vide una giovane donna camminare con passo svelto lungo il vicolo principale. Aveva i capelli raccolti in una coda biondo scuro e indossava un lungo cappotto beige. Forse avrebbe potuto aiutarlo a ritrovare la strada giusta.
Si avvicinò con un sorriso educato. — Mi scusi, buongiorno. Sto cercando la strada per Gorizia, credo di essermi un po’ perso…
La donna si fermò e lo guardò con un’espressione neutra, quasi diffidente. — Sorry, I don't speak Italian. Only English.
Lorenzo annuì, passando automaticamente all’inglese. — No problem. Could you help me? I was heading to Gorizia but I took a wrong turn. Which way should I go?
Lei sospirò appena, poi accennò con la testa verso una strada che scendeva dal borgo. — You need to go back down, then take the second road to the right. Follow the signs for Nova Gorica.
La sua voce era cortese, ma fredda. Nessun sorriso, nessuna curiosità nei suoi occhi chiari. Diversa, molto diversa dal vecchio oste di Križ, che lo aveva accolto come se fosse un ospite atteso da tempo.
— Thank you. — disse Lorenzo, notando che lei già si stava voltando per andarsene.
— You're welcome. — rispose lei in modo meccanico, riprendendo il suo cammino senza voltarsi.
Lorenzo la osservò per un istante mentre si allontanava lungo il vicolo in pietra. Non c’era stata ostilità, ma nemmeno il minimo desiderio di scambiare due parole in più. Era solo indifferenza, o forse qualcos’altro?
Risalendo sulla moto, pensò alla differenza tra le generazioni. Il vecchio oste di Križ aveva vissuto un’epoca in cui le lingue e le identità si sovrapponevano, costringendo le persone a conoscersi, a trovare modi per comunicare. I giovani, invece, crescevano in un mondo diverso, più veloce, più definito, forse anche più chiuso. Per lei, lui era solo un turista di passaggio, uno sconosciuto di cui non valeva la pena ricordarsi.
Accese il motore e riprese la strada, lasciandosi Štanjel alle spalle. Davanti a lui, in cima a una collina, già si stagliava il profilo imponente del castello di Rihemberk, come un’ultima sentinella a vegliare su quella terra di confine.
Spense la moto e rimase a contemplare l’alta torre centrale che si staglia imponente contro il cielo viola del tramonto. Il vento soffiava tra le pietre antiche, portando con sé il sussurro del tempo.
"Noi passiamo, ma la terra resta."
Rimontò in sella e si rimise in viaggio.
martedì 10 febbraio 2026
FOGLIETTO ILLUSTRATIVO
lunedì 9 febbraio 2026
DA CAPRI ALL'ISONZO PER SCOMMESSA
Antonio percorse lentamente le strade di Nova Gorica, osservando i monumenti e le targhe che ricordavano la lotta per la libertà. C’era qualcosa di commovente nel vedere come la città aveva cercato di mantenere viva la memoria delle sofferenze vissute, ma anche guardando verso un futuro di speranza. Ma quando attraversò il confine non più fisico, passando attraverso la piazza della stazione Transalpina verso Gorizia, la sensazione di divisione si fece forte. Da questo lato, la storia della Prima Guerra Mondiale, la gloria di una nazione che si era battuta per l’unità mentre dall'altro, la Seconda Guerra Mondiale, la sofferenza dei popoli oppressi e il cammino faticoso verso la riconciliazione.
Gorizia, con le sue strade intitolate alle battaglie e agli eroi della Grande Guerra, sembrava quasi un simbolo di una nazione che, pur nel ricordo del sacrificio, faticava ad adattarsi ai cambiamenti. Le vie italiane della città continuavano a evocare una visione di italianità, di vittoria e di identità che, pur rispettata, appariva distante dalla realtà delle sue vicine strade slovene.
Antonio camminò tra le due città, avvertendo il peso della separazione, ma anche il desiderio di unione. Le storie di guerra, di resistenza, di divisione e di riconciliazione si mescolavano nelle strade, nei monumenti, nei volti delle persone. Il fiume Isonzo, che aveva visto scorrere la storia di questi luoghi, sembrava essere il simbolo di un legame più profondo, una via di passaggio che univa questi popoli, nonostante le ferite del passato.
Aveva sempre pensato ai confini come a linee su una mappa, tracciate da mani invisibili. Ma camminando tra Nova Gorica e Gorizia, si era accorto che i confini erano nei nomi delle strade, nelle lingue parlate, nei monumenti eretti. E forse, in fondo, anche dentro di lui c’era sempre stato un confine: tra il sé che aveva vissuto senza domande e quello che ora si interrogava su tutto."
S'interrogò su quanto fosse stato ignorante nella sua vita di ogni giorno, baciato dal sole del Golfo e dalle leggi del caos che permettono a lui e a tutti i napoletani di vivere come solo loro sanno fare: c'era un Altrove dove la storia non le avrebbe mai consentite.
E si potevano scoprire anche lontano da Napoli cose nuove e utili per superare gli affanni del quotidiano.
Questo cammino lungo l'Isonzo, dalla Slovenia all'Italia, lo portò a riflettere su quanto la memoria storica sia un ponte fragile tra i popoli, e su come, finalmente, la divisione tra le due sponde del fiume sembrasse farsi meno marcata. Le cicatrici della guerra non si cancellano, ma i passi del presente possono cominciare a ricucirle.
domenica 8 febbraio 2026
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