giovedì 26 febbraio 2026

IL DIO MITRA E I SEGRETI DI PTUJ (PETTAU)

Non era mai stato a Ptuj, suo padre, sì.

Controvoglia.

Nel 1943, quando Mussolini cadde e l’Italia firmò l’armistizio, i tedeschi inglobarono nel Reich la Bassa Stiria slovena e il Sud Tirolo, invitando molti abitanti della regione germanofona in territorio italiano a trasferirsi forzatamente a Pettau — oggi Ptuj — nella Bassa Stiria.

La finalità era di germanizzare le scuole e la cultura di quella cittadina dal passato ricco di tanti mutamenti. Professore di lettere classiche a Vipiteno, il padre conosceva Virgilio ancor meglio della lingua che si trovò costretto a insegnare a chi non aveva nessuna voglia d'imparare.

“Ogni casa che educo alla lingua tedesca è una ferita, ogni parola che impongo è una bugia che si scrive nella bocca di chi non la vuole” aveva letto nei diari del padre, scritti in una calligrafia nervosa e inclinata.

I nazisti lo chiamavano neuordnung - nuovo ordine, ma era una pulizia linguistica: vietare lo sloveno, restaurare il tedesco, far dimenticare delle radici per re-impiantarvi delle altre, che fino al 1919 avevano comunque convissuto per secoli nell’Impero Asburgico e vendicare così l'esodo della comunità germanofona, causato dalla nascita del nuovo stato jugoslavo al termine della prima guerra mondiale.

Il figlio arrivò a Ptuj un pomeriggio di giugno, deciso finalmente a vedere il luogo che aveva plasmato e piegato suo padre. Sembrava una cittadina sospesa nel tempo, ma il tempo – sapeva – qui non era mai stato generoso; la luce del sole lambiva i tetti rossi e il fiume Drava scorreva calmo, come se nulla fosse mai accaduto, ma ogni pietra sussurrava storie e guardandole con attenzione, dolore.

Camminò piano, quasi con rispetto. La città antica si mostrava a piccoli strappi: a nord, il castello medievale dominava la scena, costruito nel XII secolo e arricchito nei secoli con fasti rinascimentali e barocchi; dalle sue mura vide l’ansa del fiume e il campanile di Sveti Jurij - San Giorgio che sfiorava il cielo come un indice teso. La sua tipica cupola a cipolla riluceva chiara, mentre le case gotiche e rinascimentali del centro storico raccontavano il vociare di commercianti tedeschi, il passeggio austero della nobiltà austroungarica, il rumore dei carri dei contadini sloveni che portavano al mercato i frutti della terra e poi ancora le lotte della resistenza, le grida dei partigiani e dei soldati tedeschi, il crepitio di mitragliatrici, fumo e silenzi.

Silenzio sempre rotto nei secoli dagli stessi rintocchi delle campane della Stolp svetega Jurija - torre di San Giorgio guidate dai precisi e antichi meccanismi dell'orologio custoditi al suo interno..

Ma la storia di Ptuj era più antica ancora. E più profonda.

Paetovio, così la chiamavano i Romani, fu fondata come castrum fortificato sul fronte del Norico e della Pannonia come un avamposto della civiltà contro l’incertezza barbarica e qui fu stanziata stabilmente la Legio XIII Gemina; proprio da questa pianura, un tempo piena di tende e sudore militare, nel 69 d.C., l’anno dei Quattro Imperatori, i soldati proclamarono imperatore Tito Flavio Vespasiano.

Il figlio si fermò su una panchina, nella piazza innanzi alla Stolp svetega Jurija dove fa bella mostra una stele funeraria romana del II sec. d.C. e molte altre sono incastonate tra le pietre che formano la base di quella che al tempo di suo padre era la Stadt Turm. «Qui l'impero romano si divise per la prima volta tra quattro imperatori», pensò. «E sempre qui, qualche secolo dopo, nacque una donna — Flavia — madre di Romolo Augustolo, l’ultimo imperatore romano.»

Il primo e l’ultimo, la difficoltà di riconoscere un solo capo, una sola visione, un solo potere e il Tempo che macina ogni umana cosa.

Un cerchio che si chiude, una luce che si spegne o forse solo che si trasforma.

“Non c'è traguardo nella dura e formidabile corsa verso il Bene…”, sussurrò, quasi fosse una preghiera. Era la poesia che sua madre gli recitava da bambino, come ninna nanna e ammonimento; quei versi lo avevano accompagnato per anni, ma solo ora — in questo luogo — sembravano davvero prendere forma.

Nel piomeriggio entrò in uno dei due mitrei, piccole grotte scavate nella roccia fuori dal centro e osservò le statue mutilate di Mitra emergevano dall’ombra: il dio dalla berretta frigia che sacrifica il toro per dare vita al mondo; un culto misterico importato in età imperiale a Roma dall'Oriente, dalla lontana Persia, simbolo di rigenerazione e lotta contro l’oscurità. Il sangue del toro fecondava la terra: dalla morte, vita.

Suo padre l’aveva annotato in uno dei diari:

“Ho portato la lingua di un impero in rovina, in una terra già esausta ma qui, sotto la chiesa barocca, tra le radici profonde, Mitra ride ancora: sa che ogni impero cade, mentre l’uomo cerca sempre la luce.”

Il figlio camminò poio fino al ponte sulla Drava, là dove il fiume rallenta e gli aironi sembrano galleggiare nell’aria: era qui che suo padre, nel maggio del ’45, era stato fermato dai partigiani. «Torna di corsa a casa tua e non guardarti indietro», gli avevano intimato in modo spiccio. Dietro di lui, la popolazione tedesca fatta immigrare pochi anni prima veniva espulsa. L’ordine diventava vendetta, il passato, un debito insaldabile.

L'unico vero Dio in quei giorni era il mitra che soldati tedeschi e partigiani con la stella rossa sul cappello imbracciavano e facevano cantare senza tanti complimenti verso chi era ritenuto un infedele, verso chiunque mettesse solo in discussione i loro ordini, tesedsco o sloveno che fosse.

Ptuj, un tempo Paetovio, era stata romana, gotica, slovena, tedesca, jugoslava e adesso solo slovena: troppe bandiere per un solo nome, troppe identità per una sola anima. Churchill aveva ragione: "I Balcani producono più storia di quanta riescano a digerirne."

“Mi mandarono per cambiare le parole degli uomini,” aveva scritto il padre, “ma furono i luoghi a cambiare le parole dentro di me.”

Ora anche lui, il figlio, era cambiato, aveva creduto di cercare risposte, ma Ptuj gli aveva dato solo rivelazioni.

Non c’era redenzione, non c’erano traguardi.

Solo luce forte, intensa.

Nel lento bruciare del tramonto sulle torri, nel sorriso gentile di una bibliotecaria che gli aveva indicato i resti romani sparsi alla rinfusa, nella pietra consunta dell’altare mitraico.


E allora pensò:

"Chi è più infastidito dal buio della notte,
se non chi si è sempre nutrito della Luce più radiosa?"

"E chi può amare di più,
di colui al quale è stato sottratto l’amore?"

Ptuj non gli aveva dato pace, gli aveva restituito la complessità.

Aveva compreso, in quel frammento di mondo, che la luce non è l’assenza di tenebra, ma la sua accettazione.

Chiuse gli occhi.

Gli parve di vedere il dio Mitra nell'atto di sgozzare il toro: come diceva suo padre "la luce nasce solo dopo il sacrificio, non c'è Male senza Bene, né Bene senza Male".

E per la prima volta, lasciò che la città lo adottasse.



lunedì 23 febbraio 2026

BLANCHIMONT

 «Dai, muoviti. Siamo fermi da mezz’ora, se venivamo con la mia macchina, a quest’ora eravamo già al circuito.»

Luca spinse il borsone nel bagagliaio della Golf con una certa violenza. I jeans bagnati, la felpa zuppa sulle spalle, in mano una Red Bull tiepida. L’autogrill belga odorava di carburante e pane raffermo, e l’umidità gli appiccicava i pensieri addosso come uno strato di vinile.

Mattia rientrò con due panini sottovuoto e due caffè lunghi, il vapore che si arrendeva all’aria grigia.

«Tranquillo. Siamo a meno di un’ora. Le FP1 non le perdiamo.»

«Sì, ma se non guidavi come tuo padre, che viaggia come un funzionario dell’INPS, eravamo già là. A volte mi sembra che tu abbia paura di avere fretta.»

Mattia si sedette al volante. Non si giustificò,  accese il motore, lasciandolo girare piano e poi, fissando la pioggia sottile che batteva sul parabrezza, disse:

«Sai perché mio padre preferisce Blanchimont a Eau Rouge?»

Luca lo guardò con fastidio.

«Perché è uno di quei boomer che vogliono sentirsi originali? Dai, tutti sanno che Eau Rouge è la curva più iconica.»

«Appunto. Eau Rouge è un salto. Uno schiaffo in faccia: ti lanci, stacchi e speri che la macchina tenga. È giovinezza pura; Blanchimont invece… lui dice che è la più pericolosa perché ti frega quando pensi che non succederà più niente.»

Luca fece una smorfia. «Mi sa che tuo padre ha bisogno di uno psicologo.»

Mattia sorrise appena. Poi continuò:

«Dice che nella prima metà della vita siamo ossessionati dalla fine delle cose. Prima finire la scuola, poi raggiungere la laurea, terminare il servizio militare, superare il tirocinio, andare oltre la gavetta. È tutto un voler passare oltre, con il tempo sembra non finire mai, che passa lento. Troppo lento e la felicità è sempre dopo.»

Luca, con la fronte appoggiata al vetro, replicò con aria annoiata: "Nessuno oggi fa più il militare".

Mattia riprese subito il discorso. 

«Poi, insiste sempre, inizi a perdere. Non tutto in una volta: le cose cominciano a sfuggire poco a poco, senza che tu te ne accorga. I figli crescono, il lavoro cambia sotto i piedi. Arrivano i più giovani, più veloci, con meno passato da portarsi dietro e che non fanno fatica ad adattarsi al cambiamento digitale perchè semplicemnte ci sono dentro. Il corpo poi non ti segue più come prima. E il tempo… il tempo corre. Troppo veloce. E tu vuoi solo trattenere ciò che hai.»

Luca scrollò le spalle.

«Ma che c’entra con noi? Noi siamo prima. Non c’è niente da trattenere. C’è solo da correre.»

«Lo so. E non ti sto dicendo di rallentare. Lui mi ha detto solo questo: che a un certo punto capisci che la felicità non è arrivare, ma essere dentro: dentro alla curva, proprio quando la stai facendo. E che è un attimo, ma se lo perdi, non torna.»

Il resto del viaggio scivolò via quasi in silenzio. I due ragazzi entrarono a Spa-Francorchamps mentre il cielo apriva sprazzi pallidi tra le nuvole. Avevano trovato posto in zona Blanchimont, tra pochi intimi che avevano scelto proprio lì, dove la pista taglia l’illusione della velocità facile.

Il rombo di una Red Bull in simulazione gara ruppe l’aria. La vettura passò incollata all’asfalto, perfetta. Dietro, una Ferrari — livrea opaca, baricentro basso, rumore pieno — forzò un po’ di più. Il pilota cercava il limite.

Poi, improvviso, il posteriore cedette. Forse una traiettoria troppo interna, forse l’asfalto ancora umido: la vettura scivolò, ruotò su sé stessa. Testacoda. Ghiaia. Bandiera gialla.

Luca si alzò in piedi di scatto. «Cazzo. Era dentro. Tutto sotto controllo. Poi fuori. Così. Ma come cazzo si può??»

Mattia non disse nulla. Lo guardava senza fissarlo.

«Blanchimont, eh?» disse Luca, ancora in piedi.

«Già.»

«Ok. Ok. Però domani guido io. E niente soste.»

Mattia annuì. Senza discutere.

Luca si sedette di nuovo. Addentò il panino, poi mormorò, quasi tra sé:

«Comunque… è una gran curva.»

«Sì. La più vera che c’è.»

Rimasero lì. Uno, a osservare. L’altro, a sentire il motore ancora tutto da spremere.

mercoledì 18 febbraio 2026

ANONIMO RUSSO VS EUCLIDE: 15-0

Il pomeriggio scivolava lento nella biblioteca della Sorbona, e la sessione autunnale di esami si avvicinava sempre più per Sophie Hubelle, ventunenne parigina studentessa di lingua e letteratura russa e Alexandre Dubois, ventiduenne di Nantes, al secondo anno di Ingegneria gestionale. Intorno a loro, libri e appunti erano sparsi sui tavoli, assieme a tanti altri giovani studenti e qualche professore dai capelli grigi.

Sophie, capelli castani raccolti in una treccia disordinata, sfogliava un’antologia di poeti russi dell’Ottocento, e i suoi occhi brillavano di passione e curiosità; di fronte, Alexandre, seduto rigido, era concentrato su uno studio di funzioni trigonometriche. Improvvisamente, la ragazza, a bassa voce, interruppe il compagno:

"Alexandre, senti qua! Lascia perdere quella roba astratta, senti la vita vera che pulsa!" ed iniziò a declamare, prima in russo e poi in francese:

Русский текст:

Теперь я знаю, что такое Жизнь.
Теперь я знаю, что такое Смерть.
И теперь что я знаю?

Теперь, когда я знаю,
слово потеряно.
Остаётся перо.

А потом?
Чёрное. Чёрное. Чёрное.
Как это чернило,
в котором я хочу утонуть.

Аноним, Белгород (?), 1891 (?)

Traduction

Maintenant je sais ce qu’est la Vie. (Adesso so cos’è la Vita.)
Maintenant je sais ce qu’est la Mort. (Ora so cos’è la Morte.)
Et maintenant, que sais-je? (E ora che so?)

Maintenant que je sais, (Adesso che so)
le mot est perdu. (la parola è perduta.)
Il reste la plume. (Rimane la penna.)

Et ensuite? (E poi?)
Noir. Noir. Noir. (Nero. Nero. Nero.)
Comme cette encre (Come questo inchiostro)
dans laquelle je veux me noyer. (in cui voglio annegare.)

Anonyme, Belgorod (?), 1891 (?)

Sophie, emozionata, chiuse lentamente il libro mentre il cuore le batteva forte.

"Che versi stupendi: le mot est perdu, ma resta la plume...  Non è disperazione, è resistenza. È un gesto eroico, di speranza, silenzioso, che sfida la morte."

Alexandre scrollò le spalle, il volto contratto, quasi infastidito:

"C’est une connerie totale! Tutto questo è una baggianata, un'illusione, il solito oppio per i sentimentali! La vita non si misura con l’inchiostro, la vita si vive, si affronta, si rischia, non si racconta. La scrittura non è vita, è rifugio, è comoda fuga dalle responsabilità."

"Vedi…" replicò Sophie, calma ma emozionata, "La parola è perduta, ma resta la penna. È resilienza. Chiunque l’abbia scritto, uomo, donna, giovane o vecchio, è un Eroe! La scrittura rende eterno ciò che siamo, quello che proviamo, ciò che ci sta intorno."

"Héroïsme? Ma per carità! No," replicò lui, la voce dura. "È fuga, ti ripeto. Questo autore o autrice dimostra solo di saper nascondersi nell’inchiostro, evita il confronto con la vita. Noir. Noir. Noir… questo affonda. Altro che Eroe! Ma per piacere..."

Non capisce… pensò Sophie, e volle insistere: "Non tutti i dolori si sanano con l’azione. La vita reale non può contenere tutto ciò che proviamo; la scrittura è il nostro spazio, l’unico luogo dove ciò che conta può sopravvivere."

Alexandre si appoggiò al tavolo, la fronte corrugata. "Persistance? Rester en vie? Sopravvivere? Forma? La vita è confronto, rischio, azione! Odori, profumi, sapori, suoni...esperienze sensoriali! Tout le reste, c’est du pipeau! Tutto il resto è aria fritta!"

"Du pipeau?" ribatté Sophie, con voce vibrante. "È la forma più alta e nobile della resistenza! La scrittura mantiene vivo ciò che è morto, fissa un’assenza o una presenza, una gioia! Non è fuga, è vita che non si spegne!"

Da un tavolo vicino, Jean-Luc, uno studente di filosofia dai capelli arruffati e segretamente innamorato di Sophie - che aveva origliato tutto - sbuffò e si rivolse a Dubois con tono canzonatorio:

"Alexandre, Anonimo Russo-Euclide 15-0, battuta regolare! La vittoria dura poco: solo la sconfitta è per sempre! Point barre. Fin de l’histoire."

Alexandre lo fissò, irritato e sorpreso, mentre Sophie a fatica tratteneva un sorriso.

Fu allora che la voce calma e misurata del professor Henri Leclerc, seduto a parte con un libro di diritto penale, si fece sentire:

"Écoutez-moi un peu... Vedete, ragazzi, non avete ragione del tutto, né torto completamente. L’autore o autrice non è né solo vittima, né solo eroe. La scrittura è si rifugio, ma anche resistenza. Trasforma il dolore in forma, la perdita in memoria. Senza la scrittura, ciò che è vissuto svanirebbe; senza l’azione, però, la vita sarebbe vuota. Qui c’è chi sopravvive e chi trionfa sul tempo e sulla morte. La vita è sintesi di estremi: fuga e eroismo, dolore e creazione, assenza e memoria. Camminare sul filo degli opposti è ciò che la rende piena. Et voilà, c’est tout."

Sophie annuì, illuminata dalla comprensione. Alexandre serrò le labbra, pensieroso, accettando con scarsa convinzione e a malincuore la complessità della realtà, e si ributtò con più determinazione sullo studio delle funzioni trigonometriche, mentre Jean-Luc sorrise soddisfatto.

La poesia non era più solo un testo da analizzare: era diventata un incontro con un’anima sospesa tra sofferenza e creazione. In quel frammento di inchiostro noir, ciascuno di loro aveva trovato, a modo proprio, una scintilla di vita, una lezione sull’infinita oscillazione tra Vita e Morte.

Proprio come le oscillazioni di una funzione y= sen(x)

E mentre il sole calava, i tre studenti e il professore rimasero sospesi, consapevoli che la vita è sempre più complessa dei versi, eppure ogni parola scritta, ogni azione vissuta, lascia traccia nell’inchiostro e nel cuore.

O, almeno, di chi vuole e sa ascoltarlo.

Ça va sans dire.

martedì 17 febbraio 2026

BIGLIETTI A BELGRADO

Ogni  mattina, prima che il sole spuntasse sullo skyline irregolare di Belgrado, Lazar usciva dalla sua piccola stanza in affitto nel cuore di Dorćol, uno dei quartieri più antichi e vivi della città.

L’aria era fresca, intrisa di umidità e del profumo pungente del Danubio che si mescolava a quello più dolce delle prime panetterie che aprivano lungo le vie acciottolate.
La città sembrava sospesa, avvolta da un velo di calma fragile come un respiro trattenuto.

I lampioni ancora accesi gettavano una luce arancione che sfumava piano verso l’azzurro nascente del cielo, mentre le prime rondini tracciavano traiettorie nervose sopra i tetti rossi dei palazzi ottomani e austro-ungarici.
Lazar camminava lentamente, assaporando ogni suono: il rumore dei passi sui sampietrini, lo scricchiolio di qualche porta di legno, il lontano canto di un venditore di giornali.

Quella città, con i suoi contrasti marcati, era il suo mondo. Un mondo fatto di strade larghe dove i tram cigolavano, di bar all’aperto dove uomini anziani giocavano a carte con la tensione di chi custodisce segreti antichi, di muri coperti di graffiti che raccontavano rivolte, sogni e speranze mai sopite.

Il ponte Brankov si stagliava maestoso davanti a lui, un arco di metallo che univa due rive separate ma inseparabili, proprio come la sua vita: divisa a lungo tra il desiderio di andare via e il bisogno profondo di restare.

Salì sul battello turistico che quel giorno avrebbe fatto la sua solita mini-crociera sul Danubio e sulla Sava. Il sole si alzava in un cielo che si tingeva di arancione e rosa, e il riflesso dorato sull’acqua calma pareva quasi irreale.
I turisti salivano con valigie leggere e macchine fotografiche al collo, pieni di aspettative e meraviglia. Lazar, in uniforme blu, timbrava i biglietti con un gesto quasi rituale, sentendo la vibrazione metallica del dispositivo sotto le dita, come il battito silenzioso di quella giornata che cominciava.

Faceva il bigliettaio sul battello turistico da sette anni.
Non era una vocazione, né un incidente, era semplicemente accaduto.
Eppure, negli ultimi tempi, Lazar si interrogava con più lucidità, non tanto sul lavoro in sé, ma su quella lunga permanenza.
Perché era rimasto davvero?

Mentre il battello scivolava sull’acqua, la mente di Lazar si perdeva nei ricordi e nelle riflessioni che quel lavoro semplice e ripetitivo aveva fatto emergere in lui.
Pensava a quel regalo prezioso: il piccolo quaderno con la poesia scritta dal professor Novak il giorno della sua laurea.

Il professore non gli aveva mai detto chi fosse l’autore, né se fosse una sua composizione personale.
Lazar aveva cercato quei versi per anni, senza trovare traccia né in libri né in internet; quella poesia, misteriosa e sospesa, era diventata senza saperlo la sua guida invisibile, un’ancora segreta.

Живети је пробудити се у зору,
мислећи да једног дана
више неће бити.

Vivere è svegliarsi all’alba,
pensando che un giorno
non succederà più.

Poi il professore era partito. Venezia.
Una cattedra in letteratura serba, un nuovo pubblico a cui raccontare le storie di una lingua minore, ricchissima e ferita: insegnava letteratura serba a studenti italiani che amavano Ivo Andrić e Desanka Maksimović senza mai aver camminato per Knez Mihailova o sentito l’odore delle pljeskavice a Skadarlija.

Lazar era rimasto.

Prima aveva detto che avrebbe trovato “qualcosa nel suo campo”. Poi era arrivata la malattia della madre. Poi le bollette, poi l’urgenza.
Il battello era stato un compromesso che si era trasformato in abitudine, prima per aiutare sua madre, poi per i conti, per la stabilità ma ormai quei motivi erano svaniti o si erano trasformati. E lui invece era ancora lì.

All’inizio si era detto che non aveva avuto scelta.
Pensò ancora ai suoi genitori, ai vicini, alla signora del panificio che gli lasciava sempre un pezzo di burek in più, ora sapeva che le scelte non si fanno sempre gridando. A volte si compiono restando fermi, senza clamore, resistendo.

Quelle parole gli tornavano in mente ogni mattina, mentre osservava l’alba sul Danubio, fragile e irripetibile come un momento sacro mentre il profumo del caffè appena fatto, mescolato a quello intenso del pane tostato, si diffondeva dalle piccole caffetterie lungo la riva.

Sul battello, osservava invece i turisti come fossero apparizioni.

Alcuni ridevano forte, altri restavano in silenzio con lo sguardo immerso nell’acqua.
Ogni tanto, un bambino gli chiedeva se il Danubio finisse davvero nel mare, o se portasse in un posto segreto.

A volte Lazar si lasciava andare al pensiero che, se fosse salito lui per primo su quel battello, non ne sarebbe mai più sceso.
Forse il fiume lo avrebbe condotto lontano da Belgrado.
O forse no: forse lo avrebbe riportato sempre qui, come un elastico invisibile.

Belgrado non era una città facile.
Aveva la bellezza scomoda delle cose che non si vendono subito: era sporca, rumorosa, ma anche viva come poche; il suo cielo cambiava colore ogni mezz’ora, e l’odore dei tigli in giugno si mescolava a quello della birra e del tabacco.
In certi tramonti, quando il sole si adagiava sulle facciate scrostate dei palazzi di Dorćol, sembrava di essere dentro un film degli anni ’70.
E Lazar, in quei momenti, si sentiva pienamente lì, come se il suo tempo valesse davvero.

Lazar amava quella sensazione di fatica mista a pace, il corpo stanco e la mente limpida come quella “aurora estiva sulla battigia” descritta nella poesia.

Живети је легнути
с телом олабављеним од умора
и умом јасним
као летње зоре на обали.

Vivere è coricarsi
con le membra sciolte dalla fatica
e la mente limpida
come l’aurora estiva sulla battigia.

A volte si sorprendeva a pensare alle tante generazioni prima di lui, costrette a lasciare la città per guerre e povertà, senza mai poter tornare al proprio porto e che avrebbero fatto carte false pur di restare.
Suo nonno Milan, con gli occhi segnati dalla guerra, era uno di quei fantasmi gentili che aleggiavano nella sua memoria.

Живети је знати
да те неко негде
далеко или близу
чека
тражи
мисли о теби.

Vivere è sapere
che qualcuno in qualche posto
lontano o vicino
ti sta aspettando,
ti sta cercando,
ti sta pensando.

Ma chi era quel qualcuno per lui?
Forse non una persona, ma Belgrado stessa, con i suoi ponti, le sue piazze, i suoi rumori e i suoi silenzi.
Belgrado che lo aveva accolto e trattenuto, che gli offriva un porto sicuro, nonostante tutto.

Живети је заспати
са чистом жељом
да зора што пре дође.

Живети је остати будан
са чистом жељом
да зора никад не дође.

Живети није сан,
већ дело.

Vivere è addormentarsi
con il desiderio puro
che l’alba arrivi presto.

Vivere è rimanere sveglio
con il desiderio puro
che l’alba non arrivi mai.

Vivere non è sogno,
è azione.

Aveva pensato spesso di partire.
Andare anche lui a Venezia. Scrivere al professore. Iniziare qualcosa di nuovo.
Ma ogni volta che ci pensava davvero, sentiva una voce dentro che gli chiedeva: partire per dove, se non sai più da dove vieni?

Belgrado non lo aveva mai lasciato andare.
E lui, forse, non aveva mai davvero voluto andarsene.

In quel pensiero, Lazar trovava finalmente la sua verità: non era il viaggio a definire un uomo, ma la consapevolezza del porto al quale tornare: chi parte senza radici è un vagabondo o peggio ancora un profugo o un esule; solo chi sa di avere una casa può essere un marinaio.

La barca scivolava lenta tra le acque tranquille, Belgrado era intorno a lui, con i suoi odori, i suoi suoni, la sua luce.
Lazar timbrava l’ultimo biglietto della giornata, sentendosi fortunato di poter vivere un tempo che, seppur semplice, era suo.

Si sedette infine al molo, con il quaderno sulle ginocchia.
Un ultimo sguardo al cielo che si tingeva d’oro e speranza.
Era consapevole di amare quella città, più di quanto avesse mai immaginato, e che forse proprio quel legame lo aveva tenuto qui, contro ogni dubbio.

Rimanere, pensò, era la sua più grande avventura.

lunedì 16 febbraio 2026

COMANDA CHI POL, UBBIDISCE CHI DEVI

Il vecchio sedeva sempre allo stesso tavolo, quello vicino alla finestra appannata della taverna sul porto di Pola. Da lì si vedevano i fari delle navi mercantili e, più in là, l’ombra scura dell’Arena che sembrava galleggiare sull’acqua. Diceva che quel tavolo era il suo punto di riferimento, come un vecchio fanale che nessuno accendeva più ma che continuava a indicare una direzione.

Era il 1985 e il porto non era più quello delle cartoline ingiallite, ma non era nemmeno ancora diventato altro. Le gru cigolavano lente, i pescherecci rientravano all’alba, e l’odore del mare si mescolava a quello del gasolio e della birra versata.

Il Maestro parlava uno strano italiano dialettale con una cadenza che non apparteneva più a nessun luogo preciso. Era rimasto nel 1947, quando quasi tutti se ne erano andati. Trentamila polesani italofoni avevano lasciato la città, caricando la vita su navi che promettevano una casa altrove. Lui no. Aveva guardato quelle partenze dal molo, in silenzio, e aveva deciso che non avrebbe seguito nessuno.

Erano passati quasi quarant'anni da quella mattina del febbraio 1947 e il mare non faceva più paura, ma nemmeno promesse.

L’apprendista era invece un ragazzo croato, poco più che ventenne. Lavorava sulle barche, imparava in fretta e faceva domande che spesso arrivavano dritte, senza chiedere permesso. Capiva quello strano "italiano", lo parlava con cautela, come si maneggia qualcosa di fragile e pericoloso e per le domande preferiva usare la sua lingua.

«Što čini čovjeka dobrim putnikom?» chiese il ragazzo.
(Che cosa fa di un uomo un buon viaggiatore?)

Il vecchio non rispose subito. Bevve un sorso, osservò le mani segnate, poi il porto.

«Xe el desiderio de tornar sempre a Casa.»

L’apprendista rimase perplesso. A lui avevano insegnato che viaggiare voleva dire andare avanti, lasciare, superare. Tornare gli sembrava un passo indietro.

«A tko je brodolomac?» insistette.

(E chi è invece un naufrago?)

Il Maestro sorrise appena, un sorriso stanco.
«Quel che no ga mai voia de tornar a Casa.»

Il ragazzo pensò ai tanti suoi amici che partivano in cerca di migliori fortune  per Trieste, per l’Italia, per la Germania. Pensò anche a chi restava senza sapere bene perché.

"A što ako ne znam što je dom?“ domandò.
(E se uno non sa cos'è Casa?)

Il vecchio appoggiò il bicchiere.
«Alora el xe in pericolo. Perché el mar el se fa passar per libertà, ma libertà no l’è.»

Ci fu un silenzio lungo, pieno di cose non dette. Il ragazzo guardò fuori, verso l’Arena, verso le navi. Poi fece l’ultima domanda:

«Gdje je i što je Dom?»
(Dove e cosa è Casa?)

Il Maestro si alzò lentamente. Posò qualche dinaro sul tavolo, infilò il cappotto consumato.
«A ‘sta domanda, fioło, te pol risponder solo ti,» disse, «ma no prima de aver bevùo do birre.» Poi aggiunse:"E ricordati sempre fiol: Zapovijeda tko može, sluša tko mora - Comanda solo chi pol, ubbidisce solo chi devi."

E se ne andò.

Il ragazzo restò solo. Ordinò una birra e strinse il bicchiere tra le mani, sentendo il freddo del vetro risalire lungo le dita umide di salsedine. Poi ne ordinò un’altra. Fissò la finestra appannata: il vapore aveva cancellato i contorni del porto, lasciando solo una macchia dorata laddove le luci dell’Arena bucavano il buio.

Pensò a Pola, che per lui era sempre stata casa senza essere mai stata una scelta. Guardò il posto vuoto del vecchio, che aveva scelto di restare quando restare voleva dire perdere quasi tutto: la lingua intorno, i nomi delle strade, le voci familiari.

Bevve ancora un sorso lungo, lasciando che l’amaro della birra gli schiarisse il respiro. In quel silenzio, capì che Casa non era il luogo dove si nasce o quello verso cui si fugge, ma l’unico punto dell'orizzonte che dà un senso al timone. Qualcosa che, se non esiste, ti rende perduto anche se il mare è calmo e piatto come una tavola d'olio.

E quel punto poteva anche essere ciò che si decide di non abbandonare, proprio quando tutto ti spinge a farlo. O, al contrario, dove con coraggio si decide di tornare, pur sapendo che non è più lo stesso. 

Quando uscì dalla taverna, l’aria della notte gli schiaffeggiò il viso. Il mare era fermo e scuro, un'immensa distesa che non prometteva più nulla. Non gli sembrò una minaccia, ma una prova. E per la prima volta intuì che viaggiare non significava solo saper scegliere una rotta, bensì avere il coraggio di riconoscere, un giorno, il molo a cui ancorarti senza desiderio o l'obbligo di partire.

giovedì 12 febbraio 2026

ULTIMO SECONDO A BOSTON

 

Gli imprevisti e i dettagli sono ciò che fa la differenza nel romanzo di ciascuno” – così Rubén aveva detto, alzando sconsolato le spalle, alla banconiera di uno dei tanti bar dell’aeroporto Generale Logan di Boston quando la giovane ragazza dai capelli rossi si era scusata per non poter dare al pittore spagnolo una bustina supplementare di sale, motivando la circostanza con l’inattesa mancata consegna quotidiana da parte del fornitore. La ragazza era rimasta “di sale” e aveva poi rivolto uno sguardo incuriosito verso la sagoma di quel bizzarro signore che ritornava al tavolo per consumare quell’insalata evidentemente ritenuta insipida, nonostante fosse stata a regola d’arte accompagnata al momento dell’ordinazione dall’ultima bustina di sale rimasta.

“Ma che cazzo avrà voluto dire questo? Certo che qui ne passa di gente strana ogni giorno, oggi era il turno del filosofo del sale” – aveva in fretta concluso la banconiera, richiamata subito alle mansioni abituali dai numerosi passeggeri che si accalcavano poco pazienti verso la cassa.    

Per Rubén, invece, quell’insalata insipida non era altro che l’ulteriore prova di quello che aveva affermato con malcelato fastidio alla stupefatta ragazza tutta lentiggini e dai capelli rossi, tornando con la mente a quanto aveva assistito la sera prima al “The Garden”, quando dopo molta riluttanza aveva accettato l’invito dell’avvocato Weinberg ad assistere con lui la finale del campionato NBA tra i padroni di casa, i celeberrimi Boston Celtics e i sorprendenti avversari che arrivavano dal Pacifico, i quasi messicani di San Diego: i Los Angeles Clippers.

L’avvocato, suo fidato patrocinatore nella causa in corso contro l’amministrazione del Boston Museum of Fine Arts per il rifiuto opposto a pagare il danneggiamento del suo ultimo quadro, prestato due anni prima per una mostra collettiva di pittori contemporanei spagnoli, lo aveva pressato all’inverosimile per partecipare a quello che asseriva essere l’evento sportivo più importante nella storia recente del basket americano.

Così Rubén, da calciofilo impenitente che poco o nulla conosceva di quello sport che gli era sempre apparso noioso, dalle tante regole cervellotiche e complicate, si era sorbito una vera e propria requisitoria da parte del legale a difesa del “suo” sport del cuore, nella quale gli aveva spiegato che quella era “gara 7”, quella decisiva, che contro ogni previsione avrebbe assegnato il titolo della massima competizione mondiale.

Rincarando poi la dose spiegando che a contenderlo agli strafavoriti e celebri Celtics, la sua squadra del cuore, era il Team meno considerato di tutta la storia dell’NBA, i Clippers, abitualmente sparring partner dei più titolati Lakers e delle altre società a stelle e strisce e mai giunti neanche alla finale della loro conference in tutta la loro storia.

Inizialmente il pittore spagnolo aveva resistito con tutte le sue forze, perché si riteneva già abbondantemente soddisfatto di quanto la città americana gli aveva offerto nel pomeriggio durante la sua visita alla downtown, ed in particolare seguendo il famoso Freedom Trail, il percorso pedonale segnato da mattoncini rossi che si snoda tra il Boston Common, il parco pubblico più antico di tutti gli USA e autentico polmone verde di Boston, per terminare il Quartiere di Cherlestown, passando per gli edifici tra i più significativi che videro la gestazione della rivoluzione americana tra cui l’Old State House.

In particolare proprio l’interno di questo edificio aveva messo in moto un vero e proprio turbine emotivo, quando aveva appreso dall’amico che tra quelle mura era stato progettato il Boston Tea Party e avevano preso forma i concetti e i fondamenti della dichiarazione d’indipendenza, poi sottoscritta a Philadelphia nella Independence Hall il 4 luglio 1776.

Turbine che si era poi addirittura trasformato in tempesta, quando all’esterno notò come l’Old State House – piccolo e grazioso edificio perfettamente conservato da quei lontani eventi del XVIII secolo - fosse completamente soffocato dalla giungla di grattacieli giganti che lo facevano apparire come un microbo, un bizzarro intruso portato lì da chissà quale altra parte del mondo, che poco o nulla aveva a che vedere con la città di Boston.

“Eh già, proprio come i principi pensati dai massoni, dagli illuministi e dai patrioti che stesero quel documento, nel tempo assai stravolti e travisati dai posteri ma che, a dispetto di tutto, restano incancellabili sulla carta per indicarci validamente ogni giorno la via!”

 Con questo “insight” Rubèn riteneva di poter affrontare il lungo viaggio di ritorno in Europa ancor più soddisfatto di quanto l’avv. Weinberg gli avesse prospettato circa l’andamento positivo del contezioso legale e l’entità del risarcimento.

Invece alla fine, per non mortificare la grande cortesia e l’amicizia del suo ospite alla fine aveva deciso di godersi lo spettacolo di “Gara 7” al “The Garden” tra i favoriti Celtics e l’underdog Clippers, finendo naturalmente per farsi travolgere dal tifo nei confronti di questi ultimi in mezzo alla marea verde che faceva un tifo infernale a favore della squadra di casa.

E finendo travolto anche dalla bellezza di uno sport che, nonostante le regole continuassero ad essere per lui quasi un mistero ad ogni fischio arbitrale, gli regalarono una serata di pura adrenalina seguendo gli atleti in campo darsi battaglia dal primo all’ultimo secondo punto su punto, lottando su ogni palla vagante come fossa quella decisiva, in uno stillicidio di passione e partecipazione collettiva all’ennesima potenza.      

Alla fine la spuntarono i favoriti Celtics tra l’entusiasmo senza freni dei sostenitori di casa e la tremenda delusione di qualche centinaio di tifosi dei Clippers, muti ed in lacrime con le loro magliette bianche in mezzo ad una folla ondeggiante, vestita di verde e che pareva una brughiera scozzese battuta dal vento.  

Per Rubén, dapprima semplice e scettico osservatore neutrale divenuto via via acceso tifoso dei californiani, se quel gioco era governato dagli Dei come tutte le cose della Vita, gli Dei non avevano perso occasione per dimostrare ancora una volta di più di essere distratti o poco interessati ad assecondare la trama leggendaria che l’ultimo tiro dei Clippers, scoccato a qualche decimo di secondo dalla sirena conclusiva, stava per concretizzare portando il tabellone sull' 109-110.

 Invece la palla era stata respinta dal ferro per qualche centimetro di troppo nella parabola disegnata con la forza della speranza dal californiano, il segnapunti bloccato sul 109-107 e così quella storica serie rimase solo nominata all'Oscar senza vincerlo, perché grazie al canestro dei verdi centrato un secondo prima, a vincere il titolo era stata Boston, la grande favorita della vigilia e che di veramente epico dunque, nulla aveva fatto. “Nonostante i Clippers arrivassero dalla terra di Hollywood, le favole hanno lieto fine necessario solo al cinema mentre nella vita e nello sport le cose vanno diversamente” - aveva chiosato trionfante e madido di sudore l’avv. Weinberg, forse anche un po’ piccato perché il pittore spagnolo si fosse apertamente schierato per gli avversari. “Hai Ragione Matt, perché nella sceneggiatura di qualsiasi regista il tiro dei Clippers sarebbe entrato, altrimenti quel film al botteghino sicuramente avrebbe fatto fiasco; e non offenderti se la mia simpatia è andata a San Diego: diciamocelo pure senza imbarazzi, se tra Davide e Golia vince Golia, ad esultare e apprezzare possono essere solo i seguaci del gigante e non certo il grande pubblico”.

“Ma si, tieniti pure la tua filosofia Rubén, tanto abbiamo vinto noi e poi, a te domani, che ti frega?”.  Matt Weinberg aveva liquidato la questione posando la classica pietra tombale, prendendo sottobraccio il pittore spagnolo per accompagnarlo in mezzo a quel sabba dionisiaco che erano diventati i festeggiamenti.

Eppure il giorno dopo, attendendo l’aereo che lo doveva riportare in Europa, alla sua base insicura di Toledo, Calle Magdalena 23, quell’inspiegabile delusione per aver visto trionfare ancora una volta un Golia su di un Davide non voleva saperne di scivolare via e sfumava invece in un senso di aperto fastidio, considerando anche, come se non bastasse, come la Dea fortuna avesse voluto rincarare la dose penalizzando il meno dotato.

E il pensiero del potere che hanno nel modificare radicalmente le nostre vite i piccoli dettagli, i pochi centimetri, qualche secondo in più o in meno e come siano le situazioni inattese, quelle non previste nel mare dei miliardi di combinazioni che ogni giorno generano i nostri gesti e i nostri incontri quando si mescolano con quelli degli altri, a determinare il successo o il fallimento di tanti progetti esistenziali gli parve una vertigine.

Una vertigine spaventosa, considerando poi come ogni giorno il numero tendenzialmente illimitato di dettagli o accadimenti piccoli, involontari e tutti all'apparenza insignificanti aprano la strada a versioni profondamente diverse di una stessa vita.

Tante serate spese con Dolores a parlare sul tema del Destino gli sembrarono essere state sola un'inutile perdita di tempo.

“Non c’è nessun disegno, nessuna forza, nessuna mano invisibile: le cose semplicemente accadono e ciascuno di noi, piccola e minuscola zattera in mezzo all’oceano, ha il solo il dovere di assumersi la responsabilità di decidere come reagire e di dare il personale senso e la direzione desiderata alla navigazione. Altro che “Volere è potere” e tutte le connesse stronzate che derivano dal quel proclama tanto di moda e che riempiono pagine su pagine di testi "sacri" auto-motivazionali sulle bancarelle di tutte le librerie del mondo occidentale!”  

Quello fu l’ultimo pensiero, prima di cestinare gli avanzi dell’insalata insipida ed incamminarsi verso il gate d’imbarco. Rimaneva una cosa da fare; si diresse ancora una volta verso il banco del bar e sparò a bruciapelo la domanda alla ragazza tutta lentiggini e dai capelli rossi alla cassa: “Talento o fortuna?” 

“Lo domandi a Woody Allen! Ma quale talento, ma quale fortuna! Non mi faccia perdere tempo Mister, non lo vede che sto lavorando?? La mia fortuna sarà il suo talento di lasciarmi in pace!!” Fu la risposta altrettanto immediata ed infastidita della banconiera che pensò ancora una volta “Ma ne gira di gente strana, e che cazzo!”

E a Rubén, udito il responso della recalcitrante Sibilla, non rimase che correre al gate per non perdere il volo, circostanza che ben poco avrebbe avuto a che fare con la sfortuna e molto più con il suo talento nel porre le domande giuste alle persone improbabili nei momenti sbagliati.

mercoledì 11 febbraio 2026

TERAN, VENTO, PIETRE E SOSPIRI DEL CARSO

Il dottor Lorenzo Ricci avanzava con la sua Moto Guzzi V85 TT lungo una strada secondaria, il motore che ruggiva piano tra le curve dolci del Carso sloveno. L’autunno dipingeva il paesaggio con pennellate rosse e dorate, mentre l’aria portava con sé l’odore di terra umida e legna bruciata.

Era partito da Trieste con l’intenzione di raggiungere Gorizia, ma una deviazione presa d’istinto – o forse per distrazione – lo aveva allontanato dal percorso previsto. Poco male. Da quando era arrivato in questa terra aspra e silenziosa, aveva capito che perdersi non era necessariamente un errore.

Dopo chilometri di solitudine, raggiunse Križ, un piccolo villaggio di case in pietra immerso nella campagna. Qui il tempo sembrava scorrere più lentamente. L’unico segno di vita era una vecchia osteria con l’insegna sbiadita. Spense la moto e decise di entrare.

L’interno era caldo, illuminato da una luce soffusa. Il profumo di vino e carne arrosto lo avvolse subito. Dietro al bancone c’era un uomo anziano, la pelle segnata dagli anni, i capelli bianchi come la pietra carsica. Indossava un grembiule scuro e lo osservò con curiosità.

— Buongiorno, c’è qualcosa da bere? — chiese Lorenzo, sfilandosi i guanti.

L’oste sorrise appena. — Se non hai fretta, ti verso un bicchiere di teran. È vino del Carso, forte come la nostra terra. — La sua voce aveva un accento marcato, ma il suo italiano era sorprendentemente buono.

Lorenzo annuì e si sedette a un tavolo vicino alla finestra. Il vecchio riempì un bicchiere di liquido rosso scuro e glielo porse.

— Sei italiano?

— Sì, di Roma. Medico. Sono in vacanza e… mi sono perso.

L’oste annuì lentamente. — Qui capita spesso. Le strade del Carso sono come la vita: pensi di sapere dove stai andando, poi all’improvviso ti trovi da un’altra parte.

Lorenzo sorrise. — E lei? Vive qui da sempre?

— Io? Sono nato qui, quando questa era ancora Jugoslavia. Prima era Italia, prima ancora Impero Austroungarico. Ho parlato sloveno con mio padre, italiano con mia madre e tedesco con mia nonna. Ogni pietra di questo posto ha sentito lingue diverse, ha visto guerre, ha visto confini cambiare. Ma il Carso… lui non cambia. Lui resta. — Si appoggiò al bancone, guardando fuori dalla finestra. — Vedi quei muretti a secco? Sono lì da prima di mio nonno. Gli uomini passano, la terra resta.

Lorenzo bevve un sorso di teran. Era aspro e denso, con un retrogusto ferroso. Un vino che raccontava la sua terra.

— Dev’essere stato difficile vivere qui con tutti questi cambiamenti.

Il vecchio fece una risata breve. — Difficile? Forse. Ma noi carsici siamo abituati. Qui la terra è dura, le radici devono lottare per trovare spazio tra le pietre. Ma proprio per questo, quando crescono, sono più forti.

Quelle parole gli rimasero in mente mentre riprendeva la strada. Da medico, Lorenzo vedeva ogni giorno la fragilità umana, il tempo che consumava i corpi, le vite che si spegnevano. Eppure, il Carso gli stava insegnando un’altra prospettiva: la resistenza.

Dopo un tratto di strada tortuosa, giunse a Štanjel, il borgo arroccato sulla collina, con le sue case di pietra e i vicoli che sembravano stringersi sempre di più mano a mano che si saliva. Fermò la moto accanto a un muretto e si guardò intorno. Il paese era immerso in un silenzio irreale, quasi sospeso nel tempo.

Vide una giovane donna camminare con passo svelto lungo il vicolo principale. Aveva i capelli raccolti in una coda biondo scuro e indossava un lungo cappotto beige. Forse avrebbe potuto aiutarlo a ritrovare la strada giusta.

Si avvicinò con un sorriso educato. — Mi scusi, buongiorno. Sto cercando la strada per Gorizia, credo di essermi un po’ perso…

La donna si fermò e lo guardò con un’espressione neutra, quasi diffidente. — Sorry, I don't speak Italian. Only English.

Lorenzo annuì, passando automaticamente all’inglese. — No problem. Could you help me? I was heading to Gorizia but I took a wrong turn. Which way should I go?

Lei sospirò appena, poi accennò con la testa verso una strada che scendeva dal borgo. — You need to go back down, then take the second road to the right. Follow the signs for Nova Gorica.

La sua voce era cortese, ma fredda. Nessun sorriso, nessuna curiosità nei suoi occhi chiari. Diversa, molto diversa dal vecchio oste di Križ, che lo aveva accolto come se fosse un ospite atteso da tempo.

— Thank you. — disse Lorenzo, notando che lei già si stava voltando per andarsene.

— You're welcome. — rispose lei in modo meccanico, riprendendo il suo cammino senza voltarsi.

Lorenzo la osservò per un istante mentre si allontanava lungo il vicolo in pietra. Non c’era stata ostilità, ma nemmeno il minimo desiderio di scambiare due parole in più. Era solo indifferenza, o forse qualcos’altro?

Risalendo sulla moto, pensò alla differenza tra le generazioni. Il vecchio oste di Križ aveva vissuto un’epoca in cui le lingue e le identità si sovrapponevano, costringendo le persone a conoscersi, a trovare modi per comunicare. I giovani, invece, crescevano in un mondo diverso, più veloce, più definito, forse anche più chiuso. Per lei, lui era solo un turista di passaggio, uno sconosciuto di cui non valeva la pena ricordarsi.

Accese il motore e riprese la strada, lasciandosi Štanjel alle spalle. Davanti a lui, in cima a una collina, già si stagliava il profilo imponente del castello di Rihemberk, come un’ultima sentinella a vegliare su quella terra di confine.

Spense la moto e rimase a contemplare l’alta torre centrale che si staglia imponente contro il cielo viola del tramonto. Il vento soffiava tra le pietre antiche, portando con sé il sussurro del tempo.

"Noi passiamo, ma la terra resta."

Rimontò in sella e si rimise in viaggio.

martedì 10 febbraio 2026

FOGLIETTO ILLUSTRATIVO

 

Leggere attentamente senza aspettarsi guarigioni.
Questi testi sono fatti di sostanze a lento rilascio, composte da memoria, viaggi e pensieri in parti diseguali e non sempre dichiarate. Non cura, non consola, non spiega: accompagna.
Indicazioni
Indicato per lettori in attesa, viaggiatori fermi, individui che sospettano che il senso non stia tutto dalla stessa parte.
Posologia
Un capitolo alla volta. Meglio al tramonto, in stazione, in aeroporto o nei momenti in cui il tempo sembra aver sbagliato direzione o nelle cd. ore liete (quando non sai che cazzo fare).
Effetti collaterali
Desiderio di partenza senza meta, nostalgia per luoghi mai visitati, improvvisa empatia verso gli sconosciuti. Possibile rallentamento del giudizio.
Controindicazioni
Sconsigliato a chi cerca risposte definitive, trame d’azione pura o consolazioni immediate.
Non adatto a chi considera la letteratura un antidolorifico.
Avvertenza
L’uso prolungato può alterare il modo di ricordare, partire e restare.
La sospensione improvvisa della lettura può lasciare una sensazione di incompiutezza necessaria.
Scadenza
Non prevista. In alcuni casi gli effetti si manifestano molto tempo dopo l’ultima pagina.

lunedì 9 febbraio 2026

DA CAPRI ALL'ISONZO PER SCOMMESSA


Antonio Sarracino, sessantottenne oculista di Napoli, si trovava a Capri in una sera di settembre del 2022, in compagnia di Pasquale Aversa, un suo vecchio amico e collega odontoiatra in pensione. Le luci soffuse della piazza, la brezza marina che accarezzava i loro volti e il rumore delle onde sullo sfondo creavano una cornice che sarebbe potuta sembrare quasi romantica, se non fosse per la scommessa che stava prendendo forma tra i due. Un gioco che li avrebbe legati in un modo che nessuno dei due avrebbe mai potuto immaginare.

"Inter," disse Antonio, con un sorriso sornione, mentre sorseggiava il suo limoncello.

Pasquale, che aveva sempre avuto un'anima più avventurosa e incline a viaggiare, non ebbe dubbi: "No, Antò, quest'anno è il Napoli. Ne sono convinto. E lo dico con tutta la passione  e la voglia di casa di chi ha vissuto lontano da Posillipo, quando in Friuli ho fatto il servizio militare. Sai, quei mesi a Cividale del Friuli al 76° Reggimento Fanteria 'Napoli' mi hanno insegnato molte cose. Tu manco te l'immagini."

"Ma che dici Pasquà!! Non c'è niente che un uomo possa imparare lontano da Napoli per vivere!" Pasquà! Noi napoletani nun avim bisogno 'e niente. Chi parte, cerca qualcosa che già tiene." Aveva replicato amichevolmente, ma assai convinto, Antonio.  

Pasquale si fermò un momento, quasi perso nei suoi ricordi, poi riprese: "C'è qualcosa di speciale nell'essere lontano, a vivere in una caserma di confine. Mi ricordo la prima volta che sono arrivato, giovane ufficiale medico, con il mio reparto uscimmo per fare una marcia tra i boschi. Mi sembrava di entrare in un altro mondo, dove il silenzio era diverso, più profondo. Ogni passo che facevamo, sentivamo il nostro respiro più pesante, ma anche una sorta di rispetto per la natura che ci circondava."

"Un giorno, poi, avevamo organizzato un’esercitazione nel mezzo della campagna, e il comandante decise di fare un gioco che mi ha sempre fatto sorridere: se qualcuno sbagliava il percorso, avrebbe dovuto raccontare una barzelletta a tutta la compagnia. E io, che non avevo mai raccontato barzellette in vita mia, mi ritrovai a fare il clown davanti a tutti. Fu una scena surreale, ma alla fine quel momento mi legò al gruppo. Non c'era solo la disciplina, ma anche una sorta di fratellanza che nasceva nei momenti più impensati."

Pasquale sorrise, come se volesse nascondere un'emozione inaspettata. "E poi c'era il legame con la storia, con quella caserma che portava il nome della nostra città. Il 76° Reggimento Fanteria 'Napoli' non era solo un simbolo, ma un legame profondo con le nostre radici, anche se eravamo lontani. Ogni tanto, quando il cielo era terso e le montagne erano visibili all'orizzonte, ci prendeva una sensazione di orgoglio. Mi sentivo parte di qualcosa di più grande, come se quella terra friulana fosse diventata, per un po', anche la mia casa."

"Anche se il servizio non fu sempre facile," aggiunse Pasquale, "mi ha insegnato a vedere le cose da una prospettiva diversa. Per esempio, quando si trovavano gli altri reparti a sudare sotto il peso dell'attrezzatura o durante le esercitazioni notturne, capivo che la resistenza, la tenacia e la capacità di adattarsi sono qualità che vanno al di là delle divise. Sono qualità che, alla fine, ti rimangono dentro."

Pasquale si fermò un attimo, come se stesse rivedendo quei momenti, per poi sorridere di nuovo e aggiungere: "Ecco perché sono convinto che quest’anno sia il Napoli. Anche Spalletti ha allenato in Friuli e sa come creare le condizioni affinché ogni  giocatore acquisisca la forza, la resistenza, la tenacia di un soldato che ha affrontato mille battaglie. È una squadra che saprà adattarsi, superare ogni difficoltà, proprio come quel soldato che cammina sotto la pioggia battente, pronto a tutto."

Antonio rise. "Pasquà! statte serio! E tu pensi che il Napoli diventi quella roba lì? Che vinca davvero?"

Pasquale alzò il bicchiere in un brindisi e, sorridendo, disse: "Te lo dirò a maggio, quando sarai costretto a farlo: se il Napoli vincerà lo scudetto, come lo vincerà, tu dovrai andare a piedi dalla foce alla sorgente dell'Isonzo in una settimana "

Antonio non si aspettava nulla di più che un’altra scommessa tra vecchi amici, non sapeva neanche dov'era l'Isonzo e non era neppure mai stato in Friuli, una terra che nel suo immaginario proprio non aveva mai considerato. Ma la scommessa si concretizzò, e ogni scommessa è debito, così nel maggio del 2023, quando il Napoli vinse lo scudetto pareggiando proprio a Udine contro l'Udinese, Antonio si ritrovò con il pegno da onorare. La data dell'inizio del cammino fu fissata per luglio, e in quella calda estate, l’idea che si fosse in qualche modo materializzata lo accompagnò ogni giorno, come una premonizione.

La Slovenia lo accolse con il suo silenzio. La mattina presto, Antonio si trovò di fronte al Parco Nazionale del Triglav, con il suo imponente monte che sembrava osservare il cammino. Gli alberi verdi e il mormorio del fiume sembravano incorniciare ogni passo, eppure Antonio, nonostante la bellezza del paesaggio, non riusciva a liberarsi dalla sensazione che tutto questo fosse fuori dal suo mondo.

Non c’era il vociare della gente, non c’era il profumo del caffè nei vicoli. Solo il rumore del vento tra gli alberi e il suono ritmico dei suoi passi. Eppure, in quel silenzio così innaturale per lui, sentiva che qualcosa stava cambiando.

Il cammino dell'Isonzo, partito dalla sorgente nella valle, sembrava un fiume che scivolava via, proprio come la sua vita: a tratti calmo e sereno, a tratti tempestoso. Camminando tra i monti, Antonio rifletteva sul suo passato. Aveva vissuto una vita così concentrata, così incanalata nel suo lavoro, da non accorgersi di quante strade avesse lasciato in sospeso. I viaggi, la curiosità per altre culture, la voglia di esplorare, tutto questo gli era sfuggito, sostituito da un quotidiano fatto di operazioni, pazienti e visite mediche.

Il fiume Isonzo, con il suo corso mutevole, gli sembrava il simbolo perfetto di ciò che aveva perduto. Ogni curva, ogni biforcazione, ogni pausa del fiume gli ricordava le scelte che aveva fatto, le opportunità che non aveva colto. 

Forse era stata paura? O solo pigrizia? Tante volte gli amici gli avevano parlato di viaggi, di esperienze lontane, e lui aveva sempre risposto con una risata: ‘A me basta ‘o mare mio’. Ma ora, guardando il fiume scorrere davanti a sé, si chiedeva se davvero gli fosse bastato.

Un pomeriggio, mentre attraversava un piccolo villaggio, Antonio incontrò una donna anziana seduta davanti alla sua casa. Il volto rugoso e i capelli bianchi le conferivano un’aria di saggezza, ma la sua presenza emanava una quieta forza che catturò immediatamente l’attenzione di Antonio. Si avvicinò a lei, e la donna lo guardò con uno sguardo intenso, come se avesse riconosciuto qualcosa di familiare in lui.

"Vieni," disse in un italiano stentato, con un accento che tradiva la sua origine slovena. "Vieni a sederti. Hai camminato tanto."

Antonio si avvicinò, e la donna, con movimenti lenti ma determinati, gli offrì un bicchiere d’acqua. "Da dove vieni?" gli chiese, senza curarsi troppo delle convenzioni.

"Vengo dall’Italia," rispose Antonio, "sto facendo il cammino dell'Isonzo."

La donna annuì, come se avesse capito. "Mio padre... lui ha combattuto qui, durante la guerra," disse, parlando con una voce che tradiva la fatica di quei ricordi lontani. "Era partigiano, lottava tra queste vallate contro i nazifascisti. Lo hanno ucciso, lì... a Caporetto." Le sue parole si fermarono, e un velo di tristezza oscurò il suo volto. "tu che cammini, guarda in ogni paese, dal più grande al più piccolo, c'è un monumento... e sopra i nomi di chi è stato ammazzato tra il 1943 e il 1945 dai tedeschi o dagli italiani. 

Antonio la guardò in silenzio, intuendo la profondità del dolore che ancora portava con sé. "Non dimentico mai" continuò la donna, "il rumore delle scarpe dei soldati che camminavano, il suono dei colpi in lontananza. La paura che ti paralizza, che ti impedisce di pensare."

"Eppure - continuò - mio nonno mi raccontava che prima del fascismo c'era stato un tempo in cui friulani e sloveni hanno vissuto a lungo in pace, talvolta anche mescolandosi in queste valli e in pianura." 

Antonio, colpito dalla sua storia, rimase a lungo in silenzio. Non sapeva come rispondere, ma sentiva che quelle parole gli stavano penetrando dentro, in un modo che non si sarebbe mai aspettato. "E adesso?" chiese infine, "come vanno le cose?"

La donna sorrise, ma il sorriso era triste. "Adesso? Adesso c’è una calma che non c’era prima. Ma anche una distanza. Le guerre ci hanno diviso, ma ora i più giovani tentano di ritrovarsi, piano piano. Siamo entrati nell’Europa, ma qualche ferita non si rimargina mai del tutto."

Durante il cammino, Antonio rifletteva sulle parole di quella donna. Il fiume Isonzo, che aveva visto tante acque scorrere, sembrava essere testimone di tutto questo. La guerra, le divisioni, ma anche la speranza di una riconciliazione che, seppur lenta, stava finalmente cominciando a farsi strada. E in quel silenzio che lo circondava, Antonio sentiva il peso delle sue scelte, ma anche il desiderio di scoprire una nuova via, un nuovo corso, come quel fiume che si snodava tra le valli e le montagne.

Quando finalmente arrivò a Nova Gorica, il contrasto con l'Italia si fece evidente. Le vie della città slovena erano tutte intitolate ai partigiani che avevano lottato contro l'occupazione nazifascista. Ogni angolo sembrava custodire la memoria di una resistenza che non si era mai fermata, le cicatrici della guerra sempre vive, mai dimenticate.

Antonio percorse lentamente le strade di Nova Gorica, osservando i monumenti e le targhe che ricordavano la lotta per la libertà. C’era qualcosa di commovente nel vedere come la città aveva cercato di mantenere viva la memoria delle sofferenze vissute, ma anche guardando verso un futuro di speranza. Ma quando attraversò il confine non più fisico, passando attraverso la piazza della stazione Transalpina verso Gorizia, la sensazione di divisione si fece forte. Da questo lato, la storia della Prima Guerra Mondiale, la gloria di una nazione che si era battuta per l’unità mentre dall'altro, la Seconda Guerra Mondiale, la sofferenza dei popoli oppressi e il cammino faticoso verso la riconciliazione.

Gorizia, con le sue strade intitolate alle battaglie e agli eroi della Grande Guerra, sembrava quasi un simbolo di una nazione che, pur nel ricordo del sacrificio, faticava ad adattarsi ai cambiamenti. Le vie italiane della città continuavano a evocare una visione di italianità, di vittoria e di identità che, pur rispettata, appariva distante dalla realtà delle sue vicine strade slovene.

Antonio camminò tra le due città, avvertendo il peso della separazione, ma anche il desiderio di unione. Le storie di guerra, di resistenza, di divisione e di riconciliazione si mescolavano nelle strade, nei monumenti, nei volti delle persone. Il fiume Isonzo, che aveva visto scorrere la storia di questi luoghi, sembrava essere il simbolo di un legame più profondo, una via di passaggio che univa questi popoli, nonostante le ferite del passato.

Aveva sempre pensato ai confini come a linee su una mappa, tracciate da mani invisibili. Ma camminando tra Nova Gorica e Gorizia, si era accorto che i confini erano nei nomi delle strade, nelle lingue parlate, nei monumenti eretti. E forse, in fondo, anche dentro di lui c’era sempre stato un confine: tra il sé che aveva vissuto senza domande e quello che ora si interrogava su tutto."

S'interrogò su quanto fosse stato ignorante nella sua vita di ogni giorno, baciato dal sole del Golfo e dalle leggi del caos che permettono a lui e a tutti i napoletani di vivere come solo loro sanno fare: c'era un Altrove dove la storia non le avrebbe mai consentite.

E si potevano scoprire anche lontano da Napoli cose nuove e utili per superare gli affanni del quotidiano.

Questo cammino lungo l'Isonzo, dalla Slovenia all'Italia, lo portò a riflettere su quanto la memoria storica sia un ponte fragile tra i popoli, e su come, finalmente, la divisione tra le due sponde del fiume sembrasse farsi meno marcata. Le cicatrici della guerra non si cancellano, ma i passi del presente possono cominciare a ricucirle.

Arrivato presso l’Isola della Cona, dove il fiume si tuffa nel mare Adriatico, Antonio, stanco ma felice, si trovò a guardare l'orizzonte, dove cielo e mare si confondevano in un’unica immensa distesa. Non c'erano più montagne da scalare, non c’erano più sentieri da percorrere. Lì, davanti a lui, c’era solo l'infinito.

"Il cammino dell'Isonzo finisce qui," si disse, "ma il mio... dove finisce?"

Si interrogò sul "dopo". La sua vita era stata definita dalle sue scelte, dalla sua professione, dal dovere. Ma ora che aveva visto e sentito così tanto, si chiedeva se avesse mai dato spazio a se stesso, se avesse mai ascoltato veramente i suoi desideri. Il mare, immenso e sconfinato, gli sembrava un luogo di risposte mute, una distesa che non poteva più ignorare.

Il fiume aveva cambiato il suo corso, così come la sua vita si stava ora trasformando. E in quel silenzio, tra l’eco delle onde e il respiro del vento a Punta Spigolo, Antonio trovò una pace che non aveva mai conosciuto prima, immerso nel suo quotidiano tra Posillipo, la Mergellina e i Quartieri Spagnoli, ricco di mille suoni e mille culure, come aveva celebrato Pino Daniele. 

Il "dopo" non era più una domanda, ma una scoperta da vivere, con ogni passo che aveva percorso e con ogni risposta e ogni scoperta che il cammino dell'Isonzo aveva saputo dargli.

Di sicuro ritornava al sud con l'intento di fare e disfare molte volte di più la valigia, prima che il suo fiume si perdesse nel mare. 

domenica 8 febbraio 2026

NONNO VS ALGORITMO: LA MEMORIA NON FA LIKE

Il nonno sedeva sulla vecchia sedia in ferro battuto sotto il fico, con la schiena un po’ curva ma lo sguardo ancora vivo. Ogni estate, quando il sole cominciava a battere più forte sulle tegole della casa, si spostava nel punto d’ombra dove i rami tagliavano la luce in strisce oblique. Indossava sempre la camicia bianca, maniche arrotolate, e leggeva il giornale come se stesse decifrando un codice antico. Era stato professore di greco e latino al liceo di Gorizia per più di trent’anni. Andrea sapeva che aveva vissuto il dopoguerra da ragazzo, proprio lì, in quella terra di confine che non somigliava a nessun'altra.

«Hai visto cosa succede in Ucraina?» chiese Andrea, scrollando lo smartphone con un gesto rapido, quasi irritato. «E la guerra a Gaza… un’altra escalation.»

Il nonno sollevò appena lo sguardo, non stupito. Posò il giornale e, per un momento, fissò le foglie sopra di loro.
«La prima vittima di ogni guerra è la verità», disse con tono calmo.

Andrea sbuffò. «Ma dai, non cominciamo con le frasi fatte.»

«È fatta perché è vera», replicò il nonno, senza perdere la pazienza. «Quando si spengono le armi, quando ancora nell’aria si sente l’odore della morte, allora comincia un altro tipo di battaglia: quella sulle narrazioni.»

Andrea lo fissò per un attimo. «Ma almeno oggi abbiamo fonti, video, tracciabilità. Possiamo risalire ai fatti. Una volta magari si poteva mistificare tutto, ma oggi…»

Il nonno fece un gesto lento con la mano, come a zittire l’ingenuità.
«La tecnologia non cambia la natura umana, la amplifica. Le menzogne oggi si diffondono con una luce ancora più accecante: subito s’illuminano quelle dei vinti, mentre ombre lunghe coprono quelle dei vincitori che poi diventano la storia. Almeno fino al prossimo giro di valzer.»

Andrea alzò le spalle. «Ho capito. Sei uno di quelli che cerca la memoria condivisa, no? Quelli del “dobbiamo capirci tutti, metterci d’accordo sulla verità…”»

Il nonno si fece più serio. «No. La memoria condivisa è una sciocchezza. È un’invenzione comoda, un compromesso che appiattisce le differenze. Io la guerra l’ho vista dal basso, quando qui la Venezia Giulia era terra contesa. Italiani, sloveni, croati, partigiani, fascisti in fuga, tedeschi, titini. Era un tempo in cui la paura e l’odio erano sparsi come polvere nell’aria: i partigiani titini portavano via uomini, sparivano famiglie, ma anche i soldati italiani avevano commesso azioni tremende di cui non si parlava mai ad alta voce. E noi bambini imparavamo a stare zitti, a non fare domande. Finita la guerra, qui nella Venezia Giulia, tutti parlavano sottovoce. Gli italiani avevano paura degli slavi, gli slavi degli italiani, i fascisti dei comunisti, i comunisti dei titini, e noi bambini… avevano paura di tutti. Mio padre tornò a casa con la divisa strappata e una faccia che non aveva più voglia di parlare. Ma non diceva la verità. Diceva la sua verità. Non c’era nulla di chiaro, i confini si spostavano come le parole: una strada era italiana al mattino, jugoslava alla sera. Mia madre nascondeva le croste di pane in una federa, per darmele quando tornavo dalla scuola con la giacca piena di sputi perché mio padre aveva combattuto ‘dalla parte sbagliata’. Ma cos’è la parte giusta, Andrea, se nessuno può piangere i suoi morti senza sentirsi accusato? La verità era che nessuno era del tutto innocente e nessuno era colpevole da solo."

Il nipote si fece serio.
«Ma non possiamo relativizzare tutto. Altrimenti nessuno è più responsabile di nulla, si finisce di mettere aggressori e aggrediti sullo stesso piano!»

Il nonno annuì lentamente.
«Vedi, la matematica ti consola perché ha errori assoluti. Due più due non fa mai cinque. Ma nell’uomo, nelle sue scelte, non c’è nulla di così netto, anche ciò che ci appare più sgradevole, più ripugnante, può contenere un minuscolo granello di Verità e se non siamo disposti a cercarlo, allora diventiamo ciechi. Se non vogliamo vedere la verità degli altri, saremo sempre i primi a raccontarci bugie.»


Il nonno si alzò lentamente, appoggiandosi al bastone, e indicò il muretto oltre il quale si apriva la campagna friulana. «Vedi là? Quella casa con le tegole rosse era della famiglia di Lorenzo. Mio compagno di scuola. Aveva dodici anni, come me, quando nel '45, poco dopo la fine della guerra, suo padre fu portato via dai partigiani titini. Sparito. Nessuna tomba, nessuna parola. Per anni ho creduto che fossero solo criminali.»

Fece una pausa, poi si sedette di nuovo. «Poi, da professore, ho letto, studiato, parlato con chi stava dall’altra parte del confine. E sai cosa ho scoperto? Che Lorenzo aveva perso un padre, sì. Ma anche Mateja, la figlia del falegname sloveno, aveva perso il fratello, ammazzato da un plotone italiano nel ’42, senza processo. Eppure nessuno me lo aveva mai detto.»
Andrea abbassò lo sguardo. «E allora? Non c’è via d’uscita?»

«La via d’uscita non è la memoria condivisa. È il rispetto. La pace vera arriva quando ogni parte riconosce le sofferenze dell’altro, quando si ha il coraggio di dire: tu eri mio nemico, ma la tua identità ha valore, la tua ferita è reale; solo allora si comincia a guarire mentre fino a quel momento, si resta prigionieri della propria versione della luce.»

Il fico sopra di loro oscillava leggermente, mosso da un vento caldo che portava con sé l’odore secco dell’erba e del ferro vecchio.

Andrea rimase in silenzio, poi spense il telefono e si alzò.
Andò in cucina, preparò due caffè e tornò con le tazzine. Le posò sul tavolo di ferro, accanto al giornale. Il nonno annuì, quasi sorpreso.

«Grazie.»

«Di niente», disse Andrea. «Forse il dubbio e la memoria sono algoritmi più potenti di quanto pensassi.»

Il nonno sorrise e replicò: „Ma stai attento, non ti farà aumentare mai i like sul tuo profilo“



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