Ho chiamato questo spazio "Sindrome di Pola" non per celebrare un lutto, ma per dare un nome a una condizione che molti vivono in silenzio: quel restare ancorati con il cuore a un luogo, a un ruolo, ad una professione o a un tempo che i nostri piedi non possono più calpestare. Che sia una terra perduta nella storia o un’aula scolastica sottratta da un’ingiustizia, la dinamica è la stessa.
In questa clinica non vi prometto che "passerà", perchè non si guarisce dalla consapevolezza di un sopruso, non si dimentica il profumo di una vocazione che ci rendeva integri e neppure si cancella il viso di chi si è voltato dall'altra parte quando avevamo ragione e cercavamo sostegno.
Qui, però, facciamo qualcosa di più difficile: impariamo la convivenza. Esiste un "Nono Giorno", quello che viene dopo il trauma e dopo l'addio. Non è il giorno del ritorno - che è impossibile - né quello della felicità ritrovata, che è un'illusione pericolosa. È il giorno della testimonianza. È il giorno in cui decidiamo che, se non possiamo più insegnare tra quelle mura o vivere in quelle strade, possiamo farlo attraverso la parola, la memoria e l'incontro con altri esuli del senso.
Se il vostro cuore è rimasto altrove, qui troverete una sedia. Non per guarire, ma per continuare a camminare, portando con voi tutto il peso — e tutta la bellezza — di ciò che siete stati e di ciò che siete diventati.
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