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giovedì 26 febbraio 2026

IL DIO MITRA E I SEGRETI DI PTUJ (PETTAU)

Non era mai stato a Ptuj, suo padre, sì.

Controvoglia.

Nel 1943, quando Mussolini cadde e l’Italia firmò l’armistizio, i tedeschi inglobarono nel Reich la Bassa Stiria slovena e il Sud Tirolo, invitando molti abitanti della regione germanofona in territorio italiano a trasferirsi forzatamente a Pettau — oggi Ptuj — nella Bassa Stiria.

La finalità era di germanizzare le scuole e la cultura di quella cittadina dal passato ricco di tanti mutamenti. Professore di lettere classiche a Vipiteno, il padre conosceva Virgilio ancor meglio della lingua che si trovò costretto a insegnare a chi non aveva nessuna voglia d'imparare.

“Ogni casa che educo alla lingua tedesca è una ferita, ogni parola che impongo è una bugia che si scrive nella bocca di chi non la vuole” aveva letto nei diari del padre, scritti in una calligrafia nervosa e inclinata.

I nazisti lo chiamavano neuordnung - nuovo ordine, ma era una pulizia linguistica: vietare lo sloveno, restaurare il tedesco, far dimenticare delle radici per re-impiantarvi delle altre, che fino al 1919 avevano comunque convissuto per secoli nell’Impero Asburgico e vendicare così l'esodo della comunità germanofona, causato dalla nascita del nuovo stato jugoslavo al termine della prima guerra mondiale.

Il figlio arrivò a Ptuj un pomeriggio di giugno, deciso finalmente a vedere il luogo che aveva plasmato e piegato suo padre. Sembrava una cittadina sospesa nel tempo, ma il tempo – sapeva – qui non era mai stato generoso; la luce del sole lambiva i tetti rossi e il fiume Drava scorreva calmo, come se nulla fosse mai accaduto, ma ogni pietra sussurrava storie e guardandole con attenzione, dolore.

Camminò piano, quasi con rispetto. La città antica si mostrava a piccoli strappi: a nord, il castello medievale dominava la scena, costruito nel XII secolo e arricchito nei secoli con fasti rinascimentali e barocchi; dalle sue mura vide l’ansa del fiume e il campanile di Sveti Jurij - San Giorgio che sfiorava il cielo come un indice teso. La sua tipica cupola a cipolla riluceva chiara, mentre le case gotiche e rinascimentali del centro storico raccontavano il vociare di commercianti tedeschi, il passeggio austero della nobiltà austroungarica, il rumore dei carri dei contadini sloveni che portavano al mercato i frutti della terra e poi ancora le lotte della resistenza, le grida dei partigiani e dei soldati tedeschi, il crepitio di mitragliatrici, fumo e silenzi.

Silenzio sempre rotto nei secoli dagli stessi rintocchi delle campane della Stolp svetega Jurija - torre di San Giorgio guidate dai precisi e antichi meccanismi dell'orologio custoditi al suo interno..

Ma la storia di Ptuj era più antica ancora. E più profonda.

Paetovio, così la chiamavano i Romani, fu fondata come castrum fortificato sul fronte del Norico e della Pannonia come un avamposto della civiltà contro l’incertezza barbarica e qui fu stanziata stabilmente la Legio XIII Gemina; proprio da questa pianura, un tempo piena di tende e sudore militare, nel 69 d.C., l’anno dei Quattro Imperatori, i soldati proclamarono imperatore Tito Flavio Vespasiano.

Il figlio si fermò su una panchina, nella piazza innanzi alla Stolp svetega Jurija dove fa bella mostra una stele funeraria romana del II sec. d.C. e molte altre sono incastonate tra le pietre che formano la base di quella che al tempo di suo padre era la Stadt Turm. «Qui l'impero romano si divise per la prima volta tra quattro imperatori», pensò. «E sempre qui, qualche secolo dopo, nacque una donna — Flavia — madre di Romolo Augustolo, l’ultimo imperatore romano.»

Il primo e l’ultimo, la difficoltà di riconoscere un solo capo, una sola visione, un solo potere e il Tempo che macina ogni umana cosa.

Un cerchio che si chiude, una luce che si spegne o forse solo che si trasforma.

“Non c'è traguardo nella dura e formidabile corsa verso il Bene…”, sussurrò, quasi fosse una preghiera. Era la poesia che sua madre gli recitava da bambino, come ninna nanna e ammonimento; quei versi lo avevano accompagnato per anni, ma solo ora — in questo luogo — sembravano davvero prendere forma.

Nel piomeriggio entrò in uno dei due mitrei, piccole grotte scavate nella roccia fuori dal centro e osservò le statue mutilate di Mitra emergevano dall’ombra: il dio dalla berretta frigia che sacrifica il toro per dare vita al mondo; un culto misterico importato in età imperiale a Roma dall'Oriente, dalla lontana Persia, simbolo di rigenerazione e lotta contro l’oscurità. Il sangue del toro fecondava la terra: dalla morte, vita.

Suo padre l’aveva annotato in uno dei diari:

“Ho portato la lingua di un impero in rovina, in una terra già esausta ma qui, sotto la chiesa barocca, tra le radici profonde, Mitra ride ancora: sa che ogni impero cade, mentre l’uomo cerca sempre la luce.”

Il figlio camminò poio fino al ponte sulla Drava, là dove il fiume rallenta e gli aironi sembrano galleggiare nell’aria: era qui che suo padre, nel maggio del ’45, era stato fermato dai partigiani. «Torna di corsa a casa tua e non guardarti indietro», gli avevano intimato in modo spiccio. Dietro di lui, la popolazione tedesca fatta immigrare pochi anni prima veniva espulsa. L’ordine diventava vendetta, il passato, un debito insaldabile.

L'unico vero Dio in quei giorni era il mitra che soldati tedeschi e partigiani con la stella rossa sul cappello imbracciavano e facevano cantare senza tanti complimenti verso chi era ritenuto un infedele, verso chiunque mettesse solo in discussione i loro ordini, tesedsco o sloveno che fosse.

Ptuj, un tempo Paetovio, era stata romana, gotica, slovena, tedesca, jugoslava e adesso solo slovena: troppe bandiere per un solo nome, troppe identità per una sola anima. Churchill aveva ragione: "I Balcani producono più storia di quanta riescano a digerirne."

“Mi mandarono per cambiare le parole degli uomini,” aveva scritto il padre, “ma furono i luoghi a cambiare le parole dentro di me.”

Ora anche lui, il figlio, era cambiato, aveva creduto di cercare risposte, ma Ptuj gli aveva dato solo rivelazioni.

Non c’era redenzione, non c’erano traguardi.

Solo luce forte, intensa.

Nel lento bruciare del tramonto sulle torri, nel sorriso gentile di una bibliotecaria che gli aveva indicato i resti romani sparsi alla rinfusa, nella pietra consunta dell’altare mitraico.


E allora pensò:

"Chi è più infastidito dal buio della notte,
se non chi si è sempre nutrito della Luce più radiosa?"

"E chi può amare di più,
di colui al quale è stato sottratto l’amore?"

Ptuj non gli aveva dato pace, gli aveva restituito la complessità.

Aveva compreso, in quel frammento di mondo, che la luce non è l’assenza di tenebra, ma la sua accettazione.

Chiuse gli occhi.

Gli parve di vedere il dio Mitra nell'atto di sgozzare il toro: come diceva suo padre "la luce nasce solo dopo il sacrificio, non c'è Male senza Bene, né Bene senza Male".

E per la prima volta, lasciò che la città lo adottasse.



mercoledì 11 febbraio 2026

TERAN, VENTO, PIETRE E SOSPIRI DEL CARSO

Il dottor Lorenzo Ricci avanzava con la sua Moto Guzzi V85 TT lungo una strada secondaria, il motore che ruggiva piano tra le curve dolci del Carso sloveno. L’autunno dipingeva il paesaggio con pennellate rosse e dorate, mentre l’aria portava con sé l’odore di terra umida e legna bruciata.

Era partito da Trieste con l’intenzione di raggiungere Gorizia, ma una deviazione presa d’istinto – o forse per distrazione – lo aveva allontanato dal percorso previsto. Poco male. Da quando era arrivato in questa terra aspra e silenziosa, aveva capito che perdersi non era necessariamente un errore.

Dopo chilometri di solitudine, raggiunse Križ, un piccolo villaggio di case in pietra immerso nella campagna. Qui il tempo sembrava scorrere più lentamente. L’unico segno di vita era una vecchia osteria con l’insegna sbiadita. Spense la moto e decise di entrare.

L’interno era caldo, illuminato da una luce soffusa. Il profumo di vino e carne arrosto lo avvolse subito. Dietro al bancone c’era un uomo anziano, la pelle segnata dagli anni, i capelli bianchi come la pietra carsica. Indossava un grembiule scuro e lo osservò con curiosità.

— Buongiorno, c’è qualcosa da bere? — chiese Lorenzo, sfilandosi i guanti.

L’oste sorrise appena. — Se non hai fretta, ti verso un bicchiere di teran. È vino del Carso, forte come la nostra terra. — La sua voce aveva un accento marcato, ma il suo italiano era sorprendentemente buono.

Lorenzo annuì e si sedette a un tavolo vicino alla finestra. Il vecchio riempì un bicchiere di liquido rosso scuro e glielo porse.

— Sei italiano?

— Sì, di Roma. Medico. Sono in vacanza e… mi sono perso.

L’oste annuì lentamente. — Qui capita spesso. Le strade del Carso sono come la vita: pensi di sapere dove stai andando, poi all’improvviso ti trovi da un’altra parte.

Lorenzo sorrise. — E lei? Vive qui da sempre?

— Io? Sono nato qui, quando questa era ancora Jugoslavia. Prima era Italia, prima ancora Impero Austroungarico. Ho parlato sloveno con mio padre, italiano con mia madre e tedesco con mia nonna. Ogni pietra di questo posto ha sentito lingue diverse, ha visto guerre, ha visto confini cambiare. Ma il Carso… lui non cambia. Lui resta. — Si appoggiò al bancone, guardando fuori dalla finestra. — Vedi quei muretti a secco? Sono lì da prima di mio nonno. Gli uomini passano, la terra resta.

Lorenzo bevve un sorso di teran. Era aspro e denso, con un retrogusto ferroso. Un vino che raccontava la sua terra.

— Dev’essere stato difficile vivere qui con tutti questi cambiamenti.

Il vecchio fece una risata breve. — Difficile? Forse. Ma noi carsici siamo abituati. Qui la terra è dura, le radici devono lottare per trovare spazio tra le pietre. Ma proprio per questo, quando crescono, sono più forti.

Quelle parole gli rimasero in mente mentre riprendeva la strada. Da medico, Lorenzo vedeva ogni giorno la fragilità umana, il tempo che consumava i corpi, le vite che si spegnevano. Eppure, il Carso gli stava insegnando un’altra prospettiva: la resistenza.

Dopo un tratto di strada tortuosa, giunse a Štanjel, il borgo arroccato sulla collina, con le sue case di pietra e i vicoli che sembravano stringersi sempre di più mano a mano che si saliva. Fermò la moto accanto a un muretto e si guardò intorno. Il paese era immerso in un silenzio irreale, quasi sospeso nel tempo.

Vide una giovane donna camminare con passo svelto lungo il vicolo principale. Aveva i capelli raccolti in una coda biondo scuro e indossava un lungo cappotto beige. Forse avrebbe potuto aiutarlo a ritrovare la strada giusta.

Si avvicinò con un sorriso educato. — Mi scusi, buongiorno. Sto cercando la strada per Gorizia, credo di essermi un po’ perso…

La donna si fermò e lo guardò con un’espressione neutra, quasi diffidente. — Sorry, I don't speak Italian. Only English.

Lorenzo annuì, passando automaticamente all’inglese. — No problem. Could you help me? I was heading to Gorizia but I took a wrong turn. Which way should I go?

Lei sospirò appena, poi accennò con la testa verso una strada che scendeva dal borgo. — You need to go back down, then take the second road to the right. Follow the signs for Nova Gorica.

La sua voce era cortese, ma fredda. Nessun sorriso, nessuna curiosità nei suoi occhi chiari. Diversa, molto diversa dal vecchio oste di Križ, che lo aveva accolto come se fosse un ospite atteso da tempo.

— Thank you. — disse Lorenzo, notando che lei già si stava voltando per andarsene.

— You're welcome. — rispose lei in modo meccanico, riprendendo il suo cammino senza voltarsi.

Lorenzo la osservò per un istante mentre si allontanava lungo il vicolo in pietra. Non c’era stata ostilità, ma nemmeno il minimo desiderio di scambiare due parole in più. Era solo indifferenza, o forse qualcos’altro?

Risalendo sulla moto, pensò alla differenza tra le generazioni. Il vecchio oste di Križ aveva vissuto un’epoca in cui le lingue e le identità si sovrapponevano, costringendo le persone a conoscersi, a trovare modi per comunicare. I giovani, invece, crescevano in un mondo diverso, più veloce, più definito, forse anche più chiuso. Per lei, lui era solo un turista di passaggio, uno sconosciuto di cui non valeva la pena ricordarsi.

Accese il motore e riprese la strada, lasciandosi Štanjel alle spalle. Davanti a lui, in cima a una collina, già si stagliava il profilo imponente del castello di Rihemberk, come un’ultima sentinella a vegliare su quella terra di confine.

Spense la moto e rimase a contemplare l’alta torre centrale che si staglia imponente contro il cielo viola del tramonto. Il vento soffiava tra le pietre antiche, portando con sé il sussurro del tempo.

"Noi passiamo, ma la terra resta."

Rimontò in sella e si rimise in viaggio.

lunedì 9 febbraio 2026

DA CAPRI ALL'ISONZO PER SCOMMESSA


Antonio Sarracino, sessantottenne oculista di Napoli, si trovava a Capri in una sera di settembre del 2022, in compagnia di Pasquale Aversa, un suo vecchio amico e collega odontoiatra in pensione. Le luci soffuse della piazza, la brezza marina che accarezzava i loro volti e il rumore delle onde sullo sfondo creavano una cornice che sarebbe potuta sembrare quasi romantica, se non fosse per la scommessa che stava prendendo forma tra i due. Un gioco che li avrebbe legati in un modo che nessuno dei due avrebbe mai potuto immaginare.

"Inter," disse Antonio, con un sorriso sornione, mentre sorseggiava il suo limoncello.

Pasquale, che aveva sempre avuto un'anima più avventurosa e incline a viaggiare, non ebbe dubbi: "No, Antò, quest'anno è il Napoli. Ne sono convinto. E lo dico con tutta la passione  e la voglia di casa di chi ha vissuto lontano da Posillipo, quando in Friuli ho fatto il servizio militare. Sai, quei mesi a Cividale del Friuli al 76° Reggimento Fanteria 'Napoli' mi hanno insegnato molte cose. Tu manco te l'immagini."

"Ma che dici Pasquà!! Non c'è niente che un uomo possa imparare lontano da Napoli per vivere!" Pasquà! Noi napoletani nun avim bisogno 'e niente. Chi parte, cerca qualcosa che già tiene." Aveva replicato amichevolmente, ma assai convinto, Antonio.  

Pasquale si fermò un momento, quasi perso nei suoi ricordi, poi riprese: "C'è qualcosa di speciale nell'essere lontano, a vivere in una caserma di confine. Mi ricordo la prima volta che sono arrivato, giovane ufficiale medico, con il mio reparto uscimmo per fare una marcia tra i boschi. Mi sembrava di entrare in un altro mondo, dove il silenzio era diverso, più profondo. Ogni passo che facevamo, sentivamo il nostro respiro più pesante, ma anche una sorta di rispetto per la natura che ci circondava."

"Un giorno, poi, avevamo organizzato un’esercitazione nel mezzo della campagna, e il comandante decise di fare un gioco che mi ha sempre fatto sorridere: se qualcuno sbagliava il percorso, avrebbe dovuto raccontare una barzelletta a tutta la compagnia. E io, che non avevo mai raccontato barzellette in vita mia, mi ritrovai a fare il clown davanti a tutti. Fu una scena surreale, ma alla fine quel momento mi legò al gruppo. Non c'era solo la disciplina, ma anche una sorta di fratellanza che nasceva nei momenti più impensati."

Pasquale sorrise, come se volesse nascondere un'emozione inaspettata. "E poi c'era il legame con la storia, con quella caserma che portava il nome della nostra città. Il 76° Reggimento Fanteria 'Napoli' non era solo un simbolo, ma un legame profondo con le nostre radici, anche se eravamo lontani. Ogni tanto, quando il cielo era terso e le montagne erano visibili all'orizzonte, ci prendeva una sensazione di orgoglio. Mi sentivo parte di qualcosa di più grande, come se quella terra friulana fosse diventata, per un po', anche la mia casa."

"Anche se il servizio non fu sempre facile," aggiunse Pasquale, "mi ha insegnato a vedere le cose da una prospettiva diversa. Per esempio, quando si trovavano gli altri reparti a sudare sotto il peso dell'attrezzatura o durante le esercitazioni notturne, capivo che la resistenza, la tenacia e la capacità di adattarsi sono qualità che vanno al di là delle divise. Sono qualità che, alla fine, ti rimangono dentro."

Pasquale si fermò un attimo, come se stesse rivedendo quei momenti, per poi sorridere di nuovo e aggiungere: "Ecco perché sono convinto che quest’anno sia il Napoli. Anche Spalletti ha allenato in Friuli e sa come creare le condizioni affinché ogni  giocatore acquisisca la forza, la resistenza, la tenacia di un soldato che ha affrontato mille battaglie. È una squadra che saprà adattarsi, superare ogni difficoltà, proprio come quel soldato che cammina sotto la pioggia battente, pronto a tutto."

Antonio rise. "Pasquà! statte serio! E tu pensi che il Napoli diventi quella roba lì? Che vinca davvero?"

Pasquale alzò il bicchiere in un brindisi e, sorridendo, disse: "Te lo dirò a maggio, quando sarai costretto a farlo: se il Napoli vincerà lo scudetto, come lo vincerà, tu dovrai andare a piedi dalla foce alla sorgente dell'Isonzo in una settimana "

Antonio non si aspettava nulla di più che un’altra scommessa tra vecchi amici, non sapeva neanche dov'era l'Isonzo e non era neppure mai stato in Friuli, una terra che nel suo immaginario proprio non aveva mai considerato. Ma la scommessa si concretizzò, e ogni scommessa è debito, così nel maggio del 2023, quando il Napoli vinse lo scudetto pareggiando proprio a Udine contro l'Udinese, Antonio si ritrovò con il pegno da onorare. La data dell'inizio del cammino fu fissata per luglio, e in quella calda estate, l’idea che si fosse in qualche modo materializzata lo accompagnò ogni giorno, come una premonizione.

La Slovenia lo accolse con il suo silenzio. La mattina presto, Antonio si trovò di fronte al Parco Nazionale del Triglav, con il suo imponente monte che sembrava osservare il cammino. Gli alberi verdi e il mormorio del fiume sembravano incorniciare ogni passo, eppure Antonio, nonostante la bellezza del paesaggio, non riusciva a liberarsi dalla sensazione che tutto questo fosse fuori dal suo mondo.

Non c’era il vociare della gente, non c’era il profumo del caffè nei vicoli. Solo il rumore del vento tra gli alberi e il suono ritmico dei suoi passi. Eppure, in quel silenzio così innaturale per lui, sentiva che qualcosa stava cambiando.

Il cammino dell'Isonzo, partito dalla sorgente nella valle, sembrava un fiume che scivolava via, proprio come la sua vita: a tratti calmo e sereno, a tratti tempestoso. Camminando tra i monti, Antonio rifletteva sul suo passato. Aveva vissuto una vita così concentrata, così incanalata nel suo lavoro, da non accorgersi di quante strade avesse lasciato in sospeso. I viaggi, la curiosità per altre culture, la voglia di esplorare, tutto questo gli era sfuggito, sostituito da un quotidiano fatto di operazioni, pazienti e visite mediche.

Il fiume Isonzo, con il suo corso mutevole, gli sembrava il simbolo perfetto di ciò che aveva perduto. Ogni curva, ogni biforcazione, ogni pausa del fiume gli ricordava le scelte che aveva fatto, le opportunità che non aveva colto. 

Forse era stata paura? O solo pigrizia? Tante volte gli amici gli avevano parlato di viaggi, di esperienze lontane, e lui aveva sempre risposto con una risata: ‘A me basta ‘o mare mio’. Ma ora, guardando il fiume scorrere davanti a sé, si chiedeva se davvero gli fosse bastato.

Un pomeriggio, mentre attraversava un piccolo villaggio, Antonio incontrò una donna anziana seduta davanti alla sua casa. Il volto rugoso e i capelli bianchi le conferivano un’aria di saggezza, ma la sua presenza emanava una quieta forza che catturò immediatamente l’attenzione di Antonio. Si avvicinò a lei, e la donna lo guardò con uno sguardo intenso, come se avesse riconosciuto qualcosa di familiare in lui.

"Vieni," disse in un italiano stentato, con un accento che tradiva la sua origine slovena. "Vieni a sederti. Hai camminato tanto."

Antonio si avvicinò, e la donna, con movimenti lenti ma determinati, gli offrì un bicchiere d’acqua. "Da dove vieni?" gli chiese, senza curarsi troppo delle convenzioni.

"Vengo dall’Italia," rispose Antonio, "sto facendo il cammino dell'Isonzo."

La donna annuì, come se avesse capito. "Mio padre... lui ha combattuto qui, durante la guerra," disse, parlando con una voce che tradiva la fatica di quei ricordi lontani. "Era partigiano, lottava tra queste vallate contro i nazifascisti. Lo hanno ucciso, lì... a Caporetto." Le sue parole si fermarono, e un velo di tristezza oscurò il suo volto. "tu che cammini, guarda in ogni paese, dal più grande al più piccolo, c'è un monumento... e sopra i nomi di chi è stato ammazzato tra il 1943 e il 1945 dai tedeschi o dagli italiani. 

Antonio la guardò in silenzio, intuendo la profondità del dolore che ancora portava con sé. "Non dimentico mai" continuò la donna, "il rumore delle scarpe dei soldati che camminavano, il suono dei colpi in lontananza. La paura che ti paralizza, che ti impedisce di pensare."

"Eppure - continuò - mio nonno mi raccontava che prima del fascismo c'era stato un tempo in cui friulani e sloveni hanno vissuto a lungo in pace, talvolta anche mescolandosi in queste valli e in pianura." 

Antonio, colpito dalla sua storia, rimase a lungo in silenzio. Non sapeva come rispondere, ma sentiva che quelle parole gli stavano penetrando dentro, in un modo che non si sarebbe mai aspettato. "E adesso?" chiese infine, "come vanno le cose?"

La donna sorrise, ma il sorriso era triste. "Adesso? Adesso c’è una calma che non c’era prima. Ma anche una distanza. Le guerre ci hanno diviso, ma ora i più giovani tentano di ritrovarsi, piano piano. Siamo entrati nell’Europa, ma qualche ferita non si rimargina mai del tutto."

Durante il cammino, Antonio rifletteva sulle parole di quella donna. Il fiume Isonzo, che aveva visto tante acque scorrere, sembrava essere testimone di tutto questo. La guerra, le divisioni, ma anche la speranza di una riconciliazione che, seppur lenta, stava finalmente cominciando a farsi strada. E in quel silenzio che lo circondava, Antonio sentiva il peso delle sue scelte, ma anche il desiderio di scoprire una nuova via, un nuovo corso, come quel fiume che si snodava tra le valli e le montagne.

Quando finalmente arrivò a Nova Gorica, il contrasto con l'Italia si fece evidente. Le vie della città slovena erano tutte intitolate ai partigiani che avevano lottato contro l'occupazione nazifascista. Ogni angolo sembrava custodire la memoria di una resistenza che non si era mai fermata, le cicatrici della guerra sempre vive, mai dimenticate.

Antonio percorse lentamente le strade di Nova Gorica, osservando i monumenti e le targhe che ricordavano la lotta per la libertà. C’era qualcosa di commovente nel vedere come la città aveva cercato di mantenere viva la memoria delle sofferenze vissute, ma anche guardando verso un futuro di speranza. Ma quando attraversò il confine non più fisico, passando attraverso la piazza della stazione Transalpina verso Gorizia, la sensazione di divisione si fece forte. Da questo lato, la storia della Prima Guerra Mondiale, la gloria di una nazione che si era battuta per l’unità mentre dall'altro, la Seconda Guerra Mondiale, la sofferenza dei popoli oppressi e il cammino faticoso verso la riconciliazione.

Gorizia, con le sue strade intitolate alle battaglie e agli eroi della Grande Guerra, sembrava quasi un simbolo di una nazione che, pur nel ricordo del sacrificio, faticava ad adattarsi ai cambiamenti. Le vie italiane della città continuavano a evocare una visione di italianità, di vittoria e di identità che, pur rispettata, appariva distante dalla realtà delle sue vicine strade slovene.

Antonio camminò tra le due città, avvertendo il peso della separazione, ma anche il desiderio di unione. Le storie di guerra, di resistenza, di divisione e di riconciliazione si mescolavano nelle strade, nei monumenti, nei volti delle persone. Il fiume Isonzo, che aveva visto scorrere la storia di questi luoghi, sembrava essere il simbolo di un legame più profondo, una via di passaggio che univa questi popoli, nonostante le ferite del passato.

Aveva sempre pensato ai confini come a linee su una mappa, tracciate da mani invisibili. Ma camminando tra Nova Gorica e Gorizia, si era accorto che i confini erano nei nomi delle strade, nelle lingue parlate, nei monumenti eretti. E forse, in fondo, anche dentro di lui c’era sempre stato un confine: tra il sé che aveva vissuto senza domande e quello che ora si interrogava su tutto."

S'interrogò su quanto fosse stato ignorante nella sua vita di ogni giorno, baciato dal sole del Golfo e dalle leggi del caos che permettono a lui e a tutti i napoletani di vivere come solo loro sanno fare: c'era un Altrove dove la storia non le avrebbe mai consentite.

E si potevano scoprire anche lontano da Napoli cose nuove e utili per superare gli affanni del quotidiano.

Questo cammino lungo l'Isonzo, dalla Slovenia all'Italia, lo portò a riflettere su quanto la memoria storica sia un ponte fragile tra i popoli, e su come, finalmente, la divisione tra le due sponde del fiume sembrasse farsi meno marcata. Le cicatrici della guerra non si cancellano, ma i passi del presente possono cominciare a ricucirle.

Arrivato presso l’Isola della Cona, dove il fiume si tuffa nel mare Adriatico, Antonio, stanco ma felice, si trovò a guardare l'orizzonte, dove cielo e mare si confondevano in un’unica immensa distesa. Non c'erano più montagne da scalare, non c’erano più sentieri da percorrere. Lì, davanti a lui, c’era solo l'infinito.

"Il cammino dell'Isonzo finisce qui," si disse, "ma il mio... dove finisce?"

Si interrogò sul "dopo". La sua vita era stata definita dalle sue scelte, dalla sua professione, dal dovere. Ma ora che aveva visto e sentito così tanto, si chiedeva se avesse mai dato spazio a se stesso, se avesse mai ascoltato veramente i suoi desideri. Il mare, immenso e sconfinato, gli sembrava un luogo di risposte mute, una distesa che non poteva più ignorare.

Il fiume aveva cambiato il suo corso, così come la sua vita si stava ora trasformando. E in quel silenzio, tra l’eco delle onde e il respiro del vento a Punta Spigolo, Antonio trovò una pace che non aveva mai conosciuto prima, immerso nel suo quotidiano tra Posillipo, la Mergellina e i Quartieri Spagnoli, ricco di mille suoni e mille culure, come aveva celebrato Pino Daniele. 

Il "dopo" non era più una domanda, ma una scoperta da vivere, con ogni passo che aveva percorso e con ogni risposta e ogni scoperta che il cammino dell'Isonzo aveva saputo dargli.

Di sicuro ritornava al sud con l'intento di fare e disfare molte volte di più la valigia, prima che il suo fiume si perdesse nel mare. 

domenica 8 febbraio 2026

NONNO VS ALGORITMO: LA MEMORIA NON FA LIKE

Il nonno sedeva sulla vecchia sedia in ferro battuto sotto il fico, con la schiena un po’ curva ma lo sguardo ancora vivo. Ogni estate, quando il sole cominciava a battere più forte sulle tegole della casa, si spostava nel punto d’ombra dove i rami tagliavano la luce in strisce oblique. Indossava sempre la camicia bianca, maniche arrotolate, e leggeva il giornale come se stesse decifrando un codice antico. Era stato professore di greco e latino al liceo di Gorizia per più di trent’anni. Andrea sapeva che aveva vissuto il dopoguerra da ragazzo, proprio lì, in quella terra di confine che non somigliava a nessun'altra.

«Hai visto cosa succede in Ucraina?» chiese Andrea, scrollando lo smartphone con un gesto rapido, quasi irritato. «E la guerra a Gaza… un’altra escalation.»

Il nonno sollevò appena lo sguardo, non stupito. Posò il giornale e, per un momento, fissò le foglie sopra di loro.
«La prima vittima di ogni guerra è la verità», disse con tono calmo.

Andrea sbuffò. «Ma dai, non cominciamo con le frasi fatte.»

«È fatta perché è vera», replicò il nonno, senza perdere la pazienza. «Quando si spengono le armi, quando ancora nell’aria si sente l’odore della morte, allora comincia un altro tipo di battaglia: quella sulle narrazioni.»

Andrea lo fissò per un attimo. «Ma almeno oggi abbiamo fonti, video, tracciabilità. Possiamo risalire ai fatti. Una volta magari si poteva mistificare tutto, ma oggi…»

Il nonno fece un gesto lento con la mano, come a zittire l’ingenuità.
«La tecnologia non cambia la natura umana, la amplifica. Le menzogne oggi si diffondono con una luce ancora più accecante: subito s’illuminano quelle dei vinti, mentre ombre lunghe coprono quelle dei vincitori che poi diventano la storia. Almeno fino al prossimo giro di valzer.»

Andrea alzò le spalle. «Ho capito. Sei uno di quelli che cerca la memoria condivisa, no? Quelli del “dobbiamo capirci tutti, metterci d’accordo sulla verità…”»

Il nonno si fece più serio. «No. La memoria condivisa è una sciocchezza. È un’invenzione comoda, un compromesso che appiattisce le differenze. Io la guerra l’ho vista dal basso, quando qui la Venezia Giulia era terra contesa. Italiani, sloveni, croati, partigiani, fascisti in fuga, tedeschi, titini. Era un tempo in cui la paura e l’odio erano sparsi come polvere nell’aria: i partigiani titini portavano via uomini, sparivano famiglie, ma anche i soldati italiani avevano commesso azioni tremende di cui non si parlava mai ad alta voce. E noi bambini imparavamo a stare zitti, a non fare domande. Finita la guerra, qui nella Venezia Giulia, tutti parlavano sottovoce. Gli italiani avevano paura degli slavi, gli slavi degli italiani, i fascisti dei comunisti, i comunisti dei titini, e noi bambini… avevano paura di tutti. Mio padre tornò a casa con la divisa strappata e una faccia che non aveva più voglia di parlare. Ma non diceva la verità. Diceva la sua verità. Non c’era nulla di chiaro, i confini si spostavano come le parole: una strada era italiana al mattino, jugoslava alla sera. Mia madre nascondeva le croste di pane in una federa, per darmele quando tornavo dalla scuola con la giacca piena di sputi perché mio padre aveva combattuto ‘dalla parte sbagliata’. Ma cos’è la parte giusta, Andrea, se nessuno può piangere i suoi morti senza sentirsi accusato? La verità era che nessuno era del tutto innocente e nessuno era colpevole da solo."

Il nipote si fece serio.
«Ma non possiamo relativizzare tutto. Altrimenti nessuno è più responsabile di nulla, si finisce di mettere aggressori e aggrediti sullo stesso piano!»

Il nonno annuì lentamente.
«Vedi, la matematica ti consola perché ha errori assoluti. Due più due non fa mai cinque. Ma nell’uomo, nelle sue scelte, non c’è nulla di così netto, anche ciò che ci appare più sgradevole, più ripugnante, può contenere un minuscolo granello di Verità e se non siamo disposti a cercarlo, allora diventiamo ciechi. Se non vogliamo vedere la verità degli altri, saremo sempre i primi a raccontarci bugie.»


Il nonno si alzò lentamente, appoggiandosi al bastone, e indicò il muretto oltre il quale si apriva la campagna friulana. «Vedi là? Quella casa con le tegole rosse era della famiglia di Lorenzo. Mio compagno di scuola. Aveva dodici anni, come me, quando nel '45, poco dopo la fine della guerra, suo padre fu portato via dai partigiani titini. Sparito. Nessuna tomba, nessuna parola. Per anni ho creduto che fossero solo criminali.»

Fece una pausa, poi si sedette di nuovo. «Poi, da professore, ho letto, studiato, parlato con chi stava dall’altra parte del confine. E sai cosa ho scoperto? Che Lorenzo aveva perso un padre, sì. Ma anche Mateja, la figlia del falegname sloveno, aveva perso il fratello, ammazzato da un plotone italiano nel ’42, senza processo. Eppure nessuno me lo aveva mai detto.»
Andrea abbassò lo sguardo. «E allora? Non c’è via d’uscita?»

«La via d’uscita non è la memoria condivisa. È il rispetto. La pace vera arriva quando ogni parte riconosce le sofferenze dell’altro, quando si ha il coraggio di dire: tu eri mio nemico, ma la tua identità ha valore, la tua ferita è reale; solo allora si comincia a guarire mentre fino a quel momento, si resta prigionieri della propria versione della luce.»

Il fico sopra di loro oscillava leggermente, mosso da un vento caldo che portava con sé l’odore secco dell’erba e del ferro vecchio.

Andrea rimase in silenzio, poi spense il telefono e si alzò.
Andò in cucina, preparò due caffè e tornò con le tazzine. Le posò sul tavolo di ferro, accanto al giornale. Il nonno annuì, quasi sorpreso.

«Grazie.»

«Di niente», disse Andrea. «Forse il dubbio e la memoria sono algoritmi più potenti di quanto pensassi.»

Il nonno sorrise e replicò: „Ma stai attento, non ti farà aumentare mai i like sul tuo profilo“



IL DIO MITRA E I SEGRETI DI PTUJ (PETTAU)

Non era mai stato a Ptuj, suo padre, sì. Controvoglia. Nel 1943, quando Mussolini cadde e l’Italia firmò l’armistizio, i tedeschi inglobaron...